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Cronaca

Il generale Governale: "Mafia, manca il colpo di grazia"

"Attenti alle carceri, accademie criminali".  L'ex vertice del Ros e della Dia, palermitano, presenterà il suo libro  il 3 dicembre  alle “Ciminiere” di Catania

Di Gerardo Marrone

Un saggio storico ma soprattutto il distillato di una lunga, esaltante, esperienza di servitore dello Stato. Giuseppe Governale, il generale palermitano dei carabinieri che è stato al vertice del Ros e della Dia, nel curriculum una significativa tappa a Catania da comandante provinciale dell’Arma, ha appena pubblicato per le edizioni “Solferino” di Rcs “Sapevamo già tutto. Perché la mafia resiste e dovevamo combatterla prima” (il 3 dicembre presentazione alle “Ciminiere” di Catania, presente l’autore). Un libro carico di suggestioni e spunti di riflessione sin dal titolo. Tra le righe, in oltre 300 pagine, una certezza - «Siamo passati in vantaggio» - che infonde fiducia nella lotta a Cosa nostra e l’invito a  dare il “colpo di grazia”.
Primo capitolo: “Individualismo e sicilitudine”. Sono i virus che hanno generato e fatto incancrenire il fenomeno mafioso?
«Più che di virus parlerei di elementi del genoma. Sciascia divideva i siciliani tra quelli di scoglio e quelli di mare aperto, e sono molti di più i siciliani di scoglio. Si tratta di predisposizioni dell’animo che, in genere, ci portano a prediligere noi stessi e le nostre famiglie, a diffidare del prossimo e, quindi, anche dello Stato borbonico o italiano che sia soprattutto quando, come è successo negli ultimi duecento anni, non di rado si è rivelato distante. Cosa nostra, invece, specie nei quartieri degradati è sempre a portata di mano, pronta a distribuire malevolmente welfare alternativo».
Lei ricorda che alla fine dell’800 Ermanno Sangiorgi, questore di Palermo, dedicò ben 31 relazioni a boss e gregari. Sapevamo già tutto, appunto…
«Sangiorgi ebbe la capacità investigativa di descrivere i tratti della mafia come organizzazione con i suoi otto gruppi, lo stesso numero degli attuali mandamenti della città di Palermo, e il suo Tribunale, la commissione, che applicava anche allora procedure operative basate su estorsioni e minacce generalizzate. Un tenebroso sodalizio che già allora aveva la capacità di penetrare negli affari della pubblica amministrazione, del mondo di mezzo. Schemi che, del resto, anche Dalla Chiesa, da colonnello al comando della Legione dei carabinieri di Palermo, in un rapporto del 1971 dopo la morte del procuratore Scaglione riportò all’autorità giudiziaria, denunciando 114 uomini d’onore del calibro di Bontate, Riina, Buscetta, Badalamenti, Liggio, il catanese Pippo Calderone che si evidenziava già a quei tempi assieme al fratello Nino e a Francesco Mangion».
La trasmissione della cultura “di coppola e lupara”, in cui giocano un ruolo decisivo le donne dei clan, resta il problema dei problemi?
«Sì, il vivaio è forse il problema principale oggi, a Forcella come allo Zen, ad Arghillà come a Librino. E si perfeziona nelle carceri, vere accademie di mafia, dove si avanza in rispetto e considerazione. Le donne, poi, tendono sempre più a ricoprire ruoli importanti, talvolta affiancando i maschi nella leadership. Il ruolo di Scianel in “Gomorra” è una esemplificazione romanzata ma non fantasiosa».
Tutto è cambiato con la pandemia. Anche le mafie?
«Le mafie cambiano sempre … senza cambiare. Adattano metodi e procedure allo scenario, si conformano allo sfondo, come il camaleonte raffigurato nella copertina del libro. Sanno, in genere, quando frenare e quando accelerare. Oggi prediligono il click del mouse al boom delle pistole. Certo, le risorse del Pnrr costituiranno un piatto prelibato, ottimo e abbondante, su cui vorranno buttarsi a capofitto. Sarà compito delle articolazioni dello Stato impedirlo, ostacolarlo in tutti i modi».
Nel suo libro un ampio spazio è riservato alla “minaccia credibile”. Ovvero, ecco la ragione per cui l’Antistato rischia spesso di apparire più attrattivo dello Stato?
«Sì. Purtroppo per noi si è sedimentato nel tempo un concetto vero, quello della credibilità della minaccia da parte delle mafie. Per scardinarlo, occorre agire su due fronti: migliorare l’affidabilità della classe dirigente che deve assumere decisioni tempestive, eque e per l’appunto comprensibili alla gente comune, senza farraginosità e non sfuggendo dalle responsabilità. Poi, certo, bisogna proseguire nell’azione di contrasto».
Quanto manca per infliggere il colpo di grazia?
«È necessario che scendano definitivamente in campo le altre legioni, non essendo sufficienti le sole forze di polizia e la magistratura. Mi riferisco innanzitutto alla Chiesa aderente al territorio come le stazioni dei carabinieri: sono loro il medico di base. Poi, i mass media. E ovviamente, prima fra tutte, la scuola secondo l’adagio, a me caro, di Gesualdo Bufalino: la mafia sarà vinta da un esercito di maestre elementari». 

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