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Cronaca

La “filiera” dei medici che ha curato Matteo Messina Denaro: indagato anche l'oncologo Filippo Zerilli

E ora, oltre al medico curante dell’alias Bonafede, nei guai anche il primario del S. Antonio Abate, dove sono stati sequestrati atti

Di Mario Barresi

Si chiama procurata inosservanza della pena, aggravata dalla circostanza che il destinatario della condotta è un boss. Un’ipotesi di reato, in punta di diritto meno grave del favoreggiamento alla mafia, che i pm di Palermo contestano ad Alfonso Tumbarello, 70 anni, medico di base a Campobello di Mazara, che aveva firmato le prescrizioni per “Andrea Bonafede”, alias Matteo Messina Denaro. Ma la stessa contestazione, secondo quanto appreso da La Sicilia e confermato da fonti autorevoli, è stata rivolta anche a un altro medico: Filippo Zerilli, primario di Oncologia medica del Sant’Antonio Abate di Trapani.

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Nel reparto, già lunedì i carabinieri avrebbero sequestrato una certa quantità di documenti. Una delle tesi è che proprio in questo contesto - non è dato sapere con quale livello di consapevolezza del professionista coinvolto - sia avvenuto il primo esame istologico a Messina Denaro. Abbiamo contattato l’Unità di Zerilli, ieri in tarda mattinata, ma una gentile collaboratrice ci ha risposto che non poteva passarci il responsabile «perché assente in quanto in malattia». Nelle prossime ore si chiarirà meglio una posizione che in ambienti investigativi viene definita «molto delicata». Ma l’unica certezza è che non si tratta dell’unico camice bianco che rischia di finire nei guai nella “filiera” della malattia di Messina Denaro.

Del resto, oltre ai dati della cartella clinica digitale sul tavolo di magistrati e carabinieri, adesso c’è anche un altro importante spunto: decine di fogli, conservati dentro una scatola, riguardanti la “lista” medica: prenotazioni, certificati, esiti di visite specialistiche (fra le quali molte anche oculistiche, oltre che oncologiche) e altri documenti sanitari. Era tutto nel covo di Campobello di Mazara, scoperto e sequestrato ieri.

La prima diagnosi intestata a Bonafede porta la firma di Michele Spicola, patologo dell’Asp di Trapani, che lavora all’ospedale Vittorio Emanuele II di Castelvetrano. Dopo un po’ arriva l’intervento, per l’asportazione di un "adenocarcinoma mucinoso del colon", cioè una forma aggressiva di tumore che attacca il tratto terminale dell'apparato digerente, effettuato all’Abele Ajello di Mazara del Vallo Il 13 novembre 2020.

Poi il latitante cambia struttura sanitaria. La prima volta che il capomafia mette piede a La Maddalena è a fine 2020. Nella cartella clinica si riportano da allora almeno sei accessi in day hospital e un secondo intervento il 4 maggio 2021 per «l'asportazione di noduli a livello del peritoneo sottodiaframmatico destro per metastasi». Il tumore di cui è affetto Messina Denaro è aggressivo «ulcerato, con pattern di crescita di tipo infiltrativo». «La neoplasia - si legge nella cartella clinica - infiltra la parete delle viscere a tutto spessore, interessando anche la sottosierosa e focalmente la sierosa». 

E poi, fra marzo e dicembre del 2021, risulta che Bonafede ha ricevuto  tre dosi anti-Covid nell’hub Castelvetrano (patria del boss, dove anche le siringhe, potenzialmente, potrebbero riconoscerlo) come «soggetto fragile». Ma il “vero” Bonafede non risulta in questa categoria. Eppure qualcuno quei vaccini (il primo il 18 marzo) li ha fatti davvero, esibendo un attestato di “fragilità” quale malato oncologico.

In tutto questo contesto si innesta il ruolo di Tumbarello. Che è di Campobello e, fino al pensionamento del dicembre scorso, è stato per decenni medico di base in paese. Conosciuto da tutti, conosceva tutti. Anche il vero Andrea Bonafede,  59 anni, a cui ha prescritto ricette mediche e impegnative per esami. Già lunedì stesso  i carabinieri hanno perquisito le abitazioni di Campobello, di Tre Fontane e l’ex studio del medico che è stato anche interrogato. «Voglio pensare che sia rimasto vittima di un complotto a sua insaputa - commenta il sindaco di Campobello, Giuseppe Castiglione - che abbia visitato il “vero” Andrea Bonafede e non Matteo Messina Denaro, magari ha visto esami che venivano presentati dal vero Bonafede ma che non appartenevano a lui. Sarebbe una grossa delusione se non fosse così».

Il medico di famiglia ha negato di avere la consapevolezza di essere diventato, per interposta persona, il medico curante di Messina Denaro. Ma non poteva non conoscere il suo alias, tanto più che in paese esistono soltanto due Andrea Bonafede. E quindi delle due l’una: o il medico mente, o magari a chiedere le ricette e gli altri certificati sarà stata qualche altra pesona di fiducia del latitante.

Breve digressione politica: Tumbarello è stato anche candidato a sindaco del paese e alle Regionali del 2006 con l’Udc. «Gli inquirenti accerteranno cosa c'entra il dottor Tumbarello con Messina Denaro, ma è certo che non c'entra niente con me» precisa il leader regionale della Dc Totò Cuffaro. Che aggiunge: «A chi della stampa non perde occasione per spargere fango contro di me voglio ricordare che nel 2006 la mia lista, era la “Lista del Presidente” chiamata “Arcobaleno” e il dottor Tumbarello non era candidato con la mia lista, era candidato nella lista della Udc e - precisa ancora l’ex governatore che ha scontato il carcere per favoreggiamento aggravato alla mafia - le candidature di Trapani non sono state scelta da me». E poi «nel 2011, quando si è candidato a sindaco, io ero già in carcere e, quindi, non l’ho potuto scegliere come candidato» conclude un indignato Cuffaro.

Ma il punto principale resta uno solo. Tumbarello  prescriveva cure e farmaci intestando le ricette a Bonafede. Che lui conosceva bene da anni, non solo come paziente. E allora come mai non si è insospettito per la singolare omonimia? Dovrà spiegarlo ai pm che l’hanno iscritto nel registro degli indagati. Così come il primario di Oncologia di Trapani, altro camice bianco al quale gli inquirenti hanno molte domande da porre.

Twitter: @MarioBarresi

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