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Cronaca

Mistero sulla morte del boss di Sciacca, scarcerato e trovato senza vita sui binari a Genova

Totò Di Gangi, il capomafia fedelissimo di Totò Riina, era stato rimsso in libertà in virtù di una perizia che ne attestava deficit cognitivi

Di Redazione


E’ giallo sulla morte del boss di Sciacca Totò Di Gangi. Il capomafia fedelissimo di Totò Riina e detenuto per scontare una condanna a 17 anni per mafia, era stato scarcerato dalla corte d’appello di Palermo sulla basa di una perizia che ne attestava deficit cognitivi.

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La notte scorsa è stato trovato morto su un binario ferroviario a Genova. Dai primi accertamenti medico-legali sarebbe stato travolto da un treno, ma la dinamica è poco chiara. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire gli ultimi movimenti di Di Gangi che aveva lasciato il carcere di Asti. La procura di Genova ha aperto un fascicolo a carico di ignoti. Il sostituto procuratore della Dda Federico Manotti ha disposto l'autopsia. Sul caso stanno indagando la Squadra mobile di Genova e gli agenti della Polizia ferroviaria.

Al momento la questura genovese esclude che possa essersi trattato di un omicidio e propende per una disgrazia. Di Gangi, che era in custodia cautelare ad Asti, era stato scarcerato perché molto malato. L’uomo era sceso dal treno alla stazione di Genova Principe, poi si era incamminato in una galleria ferroviaria dove è stato investito. Il cadavere è stato ritrovato intorno alle 20.30. A travolgerlo sarebbe stato un treno merci. Di Gangi aveva in tasca un biglietto ferroviario con destinazione una città del Sud e secondo quanto si è appreso in serata in ambienti investigativi, l'uomo sarebbe stato fatto scendere dal treno alla stazione di Genova Principe perché senza Green pass.

Il nome del boss Totò Di Gangi, catturato nel 2018 nell’ambito dell’operazione “Montagna, è tornato d'attualità pochi mesi fa perché secondo alcune indagini avrebbe ripreso il possesso del complesso alberghiero “Torre Macauda”, un tempo di proprietà dell’ingegnere Giuseppe Montalbano, attraverso una società da lui controllata, "Libertà Immobiliare” che gestisce il complesso turistico.

 

 

E’ antico l’interesse smisurato che Totò Di Gangi ha avuto per Torre Macauda. Tracce palesi vengono evidenziate dagli atti dell’operazione Avana del 1994. E due sono i nomi che si intrecciano perennemente con quello del boss saccense (per quanto nativo di Petralia Sottana), già funzionario di banca e titolare di agenzia (rinomata) di viaggi. Il primo è proprio quello di Giuseppe Montalbano, l’ingegnere rosso (di estrazione comunista e figlio di parlamentare Pci), proprietario della villetta di via Bernini dove Totò Riina venne catturato nonché indagato per aver favorito la latitanza proprio di Di Gangi. L’altro nome è quello di Totò “u curtu”.

Secondo gli inquirenti la società che gestisce Torre Macauda, la Libertà Immobiliare, sarebbe di fatto riconducibile al boss Di Gangi e al figlio Alessandro che, attraverso una serie di operazioni illecite, sarebbero tornati in possesso della struttura alberghiera sommersa dai debiti. Un giro vorticoso di denaro, scatole cinesi, imprenditori compiacenti e sullo sfondo la complicità di un dirigente di banca che avrebbe rilasciato una quietanza per un pagamento di 8 milioni avendone ricevuti solo 4. L'indagine, molto complessa, aveva portato all’esecuzione di perquisizioni in due filiali della UniCredit di Palermo e alla notifica di otto avvisi di garanzia tra gli altri a Di Gangi, al figlio Alessandro e a un funzionario dell’istituto di credito.


 

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