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Cronaca

Sbarco a Messina, i 5 migranti sono morti di sete e di caldo: dovevano spartirsi un bicchierino d'acqua in dieci

La Guardia di Finanza e la Squadra Mobile di Messina hanno arrestato i cinque presunti scafisti del peschereccio

Di Redazione

Cinque egiziani, di età compresa tra i 21 e i 28 anni, ritenuti i presunti scafisti di un peschereccio con 674 migranti a bordo, 179 dei quali arrivati ieri a Messina, assieme a cinque cadaveri, sono stati fermati da polizia e guardia di finanza.

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La Procura ipotizza i reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e morte come conseguenza di altro delitto. Secondo l’accusa, basata su testimoni che hanno detto di essere stati picchiati con bastoni e cinghie durante il viaggio, i decessi sarebbero avvenuti per disidratazione legata al forte caldo e alla mancanza di acqua potabile, fortemente razionata a bordo.

L’operazione è stata messa a segno dalla Squadra Mobile di Messina e dal Gico della Guardia di Finanza di Messina, con la collaborazione delle Squadre Mobili di Catania e Siracusa.

L’indagine è quella sullo sbarco di migranti giunti a bordo di due motovedette della Guardia Costiera il 24 luglio mattina. Le due motovedette sono giunte al Molo Norimberga con a bordo complessivamente 179 migranti e 5 cadaveri.

I migranti erano stati tratti in salvo nell’ambito di una vasta operazione di soccorso e recupero coordinata dalla Capitaneria di Porto quando 674 persone, a bordo di un peschereccio, sono state soccorse in mare aperto e poi fatte sbarcare nei porti di diverse località italiane, Messina, Siracusa, Catania e Crotone.

I migranti hanno raccontato di essere rimasti un mese in una connection house (un luogo di transito, dove i migranti sono tenuti rinchiusi in attesa della traversata) sulle coste Libiche e che sono partiti nella serata di martedì 19 luglio alla volta dell’Italia.

Durante la traversata, i membri dell’equipaggio hanno improvvisamente spento i motori e chiesto soccorso, con un dispositivo satellitare di cui si sono prontamente liberati, gettandolo in mare. Dalla ricostruzione dei fatti è emerso come durante la traversata le risorse idriche e di cibo siano state disumanamente razionate, al punto che i migranti erano costretti a spartirsi un bicchierino da caffè pieno d’acqua in dieci. A causa del forte caldo e della mancanza di acqua potabile, molti dei migranti hanno accusato dei malori e hanno raccontato di aver visto morire i loro compagni di viaggio per il caldo e la disidratazione, essendo stati tutti costretti a bere anche l’acqua del mare e del motore. In particolare uno di loro ha riferito che, sempre nel corso della traversata, i membri dell’equipaggio del peschereccio hanno assegnato ad un migrante il compito di gestire e razionare le scorte di acqua potabile. Durante il tragitto, quando la persona che si occupava di questa mansione si rifiutava di svolgerla o non usava la dovuta parsimonia, veniva picchiata violentemente, con l’ulteriore spiacevole conseguenza per i migranti di subire un ulteriore progressivo razionamento dell’acqua da bere.

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