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Cronaca

Sorella dei capomafia Graviano non sarà risarcita: respinta la sua richiesta

La donna aveva chiesto di essere risarcita per aver passato tre anni, quatto mesi e 15 giorni in carcere, dal 29 novembre 2011 al 13 aprile 2015, con l’accusa di gestire di fatto il patrimonio dei fratelli detenuti.

Di Redazione

 E’ stata respinta dalla Cassazione la richiesta di Nunzia Graviano, la sorella 54enne dei capomafia stragisti Giuseppe e Filippo - entrambi all’ergastolo -, la quale in seguito all’assoluzione definitiva ottenuta il 30 aprile 2018 con la formula «per non aver commesso il fatto», voleva essere risarcita per aver passato tre anni, quatto mesi e 15 giorni in carcere, dal 29 novembre 2011 al 13 aprile 2015, con l’accusa di gestire di fatto il patrimonio dei fratelli detenuti. 

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Ad avviso della Corte di appello di Palermo, quale giudice della riparazione, come emerge dall’ordinanza del 25 maggio 2021 condivisa dagli 'ermellinì - nel verdetto 30054 depositato oggi -, vi erano stati «plurimi e perduranti» rapporti della Graviano con membri del clan mafioso di Brancaccio, uomini come Cesare Lupo, Giuseppe Arduino e Giuseppe Faraone, che andavano fino a Roma, dove la donna gestiva un bar in Via Tripolitania, per incontrarla. Anche brevemente, per una ventina di minuti, compresa la notte di Natale del 24 dicembre 2010. Secondo le dichiarazioni di alcuni pentiti, in quelle circostanze alla sorella dei boss venivano dati i soldi degli affitti di beni appartenenti ai fratelli Graviano. Per la Cassazione, questo via vai da Palermo a Roma, anche se non è sfociato in una sentenza di condanna, «non lascia dubbi sulla rimproverabilità» nei confronti di Nunzia Graviano di «una condotta tale da legittimare pienamente il provvedimento restrittivo». «Ella ha infatti svolto quel ruolo almeno sinergico, non altrimenti giustificato dalla stessa Graviano in occasione del suo interrogatorio, nel determinare la misura restrittiva che per il legislatore - sottolinea la Cassazione - esclude, appunto, il diritto alla riparazione». In sostanza il comportamento della donna è stato di «pericolosa connivenza, e quindi di colpa grave, ostativa al riconoscimento" dell’indennizzo da lei richiesto. Per perorare il 'nò all’indennizzo, l’Avvocatura dello Stato, in rappresentanza del Ministero delle Finanze, si è costituita davanti alla Suprema Corte. 
 

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