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Cronaca

Stragi e omicidi, la strana escalation dell'Agrigentino: ancora oscuri i motivi del killer di Palma di Montechiaro

Si costituisce e confessa tre omicidi: «Ho ammazzato i miei e Saito». Ma i genitori erano stati soltanto feriti

Di Franco Castaldo

Un’altra strage, dopo quella di Licata di qualche settimana fa, stava per essere compiuta a Palma di Montechiaro. Questa volta il bilancio è meno pesante: un morto ammazzato e due feriti, i genitori dell’assassino (fortunatamente non in gravi condizioni).  

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In terra di Agrigento sembra che siano tutti impazziti: prima la strage di Licata con un uomo che ha sterminato l’intera famiglia del fratello uccidendo anche cognata e due nipoti minorenni; poi, la scorsa settimana, il padre poliziotto che uccide con 14 colpi di pistola il figlio nella piazza principale di Raffadali e adesso a Palma di Montechiaro, a pochi passi dal palazzo Ducale, nella piazza Provenzano, un uomo, Angelo Incardona, 44 anni, palmese noto alle forze dell’ordine con precedenti per tentato omicidio e porto abusivo di armi, ha assassinato Lillo Saito, commerciante di gelati, all’interno della sua auto, una Chevrolet Captiva.

Prima di uccidere Saito, meno di un’ora prima, aveva sparato ferendoli di striscio ai propri genitori: Giuseppe Incardona e Maria Ingiamo. L’omicida ha dichiarato, durante l’interrogatorio condotto dal procuratore Luigi Patronaggio e dal sostituto procuratore Maria Barbara Cifalinó, insieme al comandante provinciale dei carabinieri colonnello Vittorio Stingo e al comandante del Nucleo Investigativo Maggiore Luigi Balestra, di aver ucciso, dopo aver lasciato la casa dei genitori, tale Lillo Saito, socio di un’impresa di gelati di Palma “il Gattopardo”, il cui corpo è stato rinvenuto all’interno della propria macchina insieme con a 4 bossoli.

 

 

Incardona aveva un obiettivo per agire in questo modo che al momento non è chiaro. E gravi, ma non per questo giustificabili, dovevano essere gli asti e i rancori che hanno armato la sua mano che ha agito certamente con sangue freddo per uccidere il 65enne (ha raggiunto la vittima che era in auto, ha aperto la portiera e ha fatto fuoco mirando alla testa) e meno padronanza di sé, poco dopo, nel tentativo di uccidere i propri genitori. L’uomo ha bussato alla loro porta di casa per poi esplodere contro più colpi di arma da fuoco che hanno ferito di striscio la coppia, immediatamente trasportata e ricoverata all’ospedale San Giacomo d’Altopasso di Licata senza essere in pericolo di vita. Entrambi sono scampati miracolosamente alla morte.

 

 

Sul luogo del delitto, dando vita ormai ad un rituale che nell’agrigentino si è ripetuto troppe volte negli ultimi tempi, gli stessi gli stessi attori: i carabinieri, il magistrato, il medico legale, i giornalisti, i curiosi.

Angelo Incardona dopo aver compiuto la quasi strage si è consegnato ai carabinieri del Comando provinciale di Agrigento accompagnato dalla moglie che lo ha convinto a costituirsi. Ha consegnato la pistola con la quale ha fatto fuoco, una Beretta calibro 9, che ha sparato in tutto 15 colpi

 

 

Ad Agrigento è stato sottoposto a lungo interrogatorio. Non definitivamente chiarite le ragioni dell’orrendo delitto che sembra avere dinamiche tutte palmesi legate ai “paracchi”, clan paramafiosi, molto forti sul territorio. Il movente fa riferimento a vecchi asti e vecchi rancori che hanno armato la mano di Incardona. Ai carabinieri che stanno cercando di ricostruire il movente, nel momento in cui si costituiva, ha detto: «Ho ucciso i miei genitori e Saito. E’ una lunga storia, anche di mafia. Vi dirò tutto». Dichiarazioni che verosimilmente sarebbero apparse, a inquirenti e investigatori, assai confuse e contraddittorie. Una storia, quella raccontata da Incardona, ancora dunque tutta da verificare e decifrare. Se dovesse essere confermata la matrice mafiosa dell’agguato l’inchiesta potrebbe essere trasmessa alla Dda di Palermo. 

 

 

 


 

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