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Cronaca

Studenti, anche in Sicilia un altro venerdì di lotta contro l'alternanza scuola-lavoro

In tutta Italia mobilitazioni dopo la morte di due ragazzi impegnati in stage. Ma cresce l’ostilità contro l’intero sistema

Di Andrea Lodato

Quanta rabbia. Ma anche quanta determinazione. E quanta passione nella lotta. E quanta voglia di abbattere tutti i luoghi comuni che bollano come disimpegnati, disincantati, disinteressati alle problematiche sociali i giovani di questi tempi. Giovani che oggi tornano in piazza, in tutta Italia, per reclamare la restituzione (o la costruzione) di una scuola che sia la loro scuola, che sia il luogo dove si studia, dove si impara, dove la vita comincia, non dove si può anche morire. 

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In primo piano il “no” all’alternanza scuola-lavoro, strumento contestatissimo e oggi odiato perché si porta dietro la morte di due ragazzi, Giuseppe Lenoci e Lorenzo Parelli. Si può morire di stage? Non si dovrebbe, ma si può. La condanna è netta, il “no” un urlo collettivo, perché quel che di utile si sarebbe potuto tirare fuori da questi corsi, è schiacciato da alternanze inutili e spesso pure pericolose.

«Usb è in piazza accanto allle studentesse e agli studenti - dice la professoressa Claudia Urzì, responsabile provinciale di Usb Pi Scuola Catania - per chiedere l'abolizione di Pcto, le dimissioni del ministro Bianchi e una riforma seria del sistema di formazione professionale. Perché è inaccettabile morire a scuola». 

La rabbia è forte, oggi verrà rovesciata nelle piazze. Sotto accusa è l’intero sistema, la gestione della scuola, le scelte durante il Covid, le sorprese per la Maturità. Ma anche le manganellate da Torino a Roma. Dice Nina Recupero, di Lps, Liberi Pensieri Studenteschi: «Dopo la manifestazione che ci ha visto in piazza il 28 gennaio, ritorniamo  nelle nostre strade con ancora più rabbia e determinazione. Per dire la nostra sulle scelte del Ministero decisamente opinabili rispetto all'esame di stato, che non tiene conto di due anni di pandemia, dei suoi effetti purtroppo parecchio negativi per la nostra vita scolastica. Lo facciamo per Lorenzo e Giuseppe, perché non si può morire da adolescenti mentre si lavora gratis. Lo facciamo perché dire la nostra non può voler dire manganellate sulle nostre teste, come è accaduto settimane fa in tante città d'Italia».

E aggiunge Andrea del Cas, Coordinamento Autorganizzato Studentesco: «Chi sostiene l'alternanza scuola-lavoro ha le mani sporche di sangue, e non rimarremo in silenzio nemmeno per un secondo. La scuola come spazio di confronto, di pluralità, di ricchezza  è nelle mani di noi studenti». 

Anche gli universitari saranno oggi in piazza: «Come Movimento universitario catanese - dice Luca Bruno - saremo in piazza, perché scuola e università sono dominate dalle stesse logiche di profitto e perché tengono in sé l'idea di una società basata sullo sfruttamento. Le ragioni degli studenti medi sono quelle degli universitari: ritornare in piazza insieme ci fa immaginare la probabilità di un futuro  migliore di questo».

Dietro e dentro i cortei che attraverseranno oggi le città c’è questo bisogno di essere protagonisti e se le piazze sono degli studenti, c’è da dire che molti docenti sono altrettanto delusi, fiaccati, demotivati. Seppur resistono nelle loro cattedre. Ma il segnale c’è, spiega Luca Cangemi, responsabile nazionale scuola PCI: «Un nuovo ciclo di lotte studentesche occupa le scuole e le piazze. È un segnale di straordinario valore per una società italiana impaurita, sfibrata, che sembra incapace di immaginare un’alternativa ad un presente ingiusto e disastroso. Il rifiuto sacrosanto di considerare normale la morte “sul lavoro” di Lorenzo e Giuseppe, comporta la denuncia dello scandalo che ha molti nomi (stage, PCTO, alternanza scuola lavoro) ma un’unica sostanza: l’istruzione che da alternativa al lavoro minorile e dequalificato ne diventa veicolo, indebolendo la formazione critica sempre e a volte costringendo a lavori pericolosi, fino al paradosso dei progetti nelle basi militari.  Più in generale viene rimesso sotto il fuoco di una sana critica la subordinazione della scuola pubblica agli interessi del sistema delle imprese, punto centrale già della lotta degli insegnanti contro la sciagurata riforma Renzi del 2015. La sordità del governo su questi problemi posti (a partire da quello delle condizioni drammatiche in cui si studia, specialmente al Sud) è scandalosa».

Ancora una volta bisogna leggere più in profondità i segnali che arrivano dai venti di rivolta che soffiano dalle scuole. C’è un malessere che si allarga, che si diffonde. Dice Damiano Cucè, portavoce Potere al Popolo Catania: «Il fatto che nell'arco di pochi giorni gli studenti e le studentesse scendano più volte in piazza non può che far ben sperare tutti coloro credono che in Italia ci  che ci sia bisogna di un cambiamento radicale. Il governo Draghi (e tutto l'arco parlamentare) rivolge l'attenzione solo alle imprese e mai ai lavoratori e alle lavoratrici, ai buoni rapporti con Confindustria e mai alle milioni di persone che vivono tra precarietà, disoccupazione e sfruttamento. Noi sosteniamo la lotta degli studenti e delle studentesse perché è la voce di un Paese che vuole cambiare, che sogna e pretende giustizia sociale ed eguaglianza. E' una lotta per un presente e un futuro migliore! Ci impegneremo anche noi nelle piazze e nelle sedi istituzionali, come abbiamo fatto con l'interrogazione parlamentare del Senatore Mantero sulla morte di Lorenzo e le cariche della polizia sul corteo di Roma».
 

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