Notizie Locali


SEZIONI
Catania 10°

Contenuto riservato ai membri

Catania

Pizzo ai Di Martino, così è partita l’indagine: “La coda non gliela puoi toccare”

Il riscontro alle indagini è arrivato con le ammissioni dei due fratelli, sentiti dopo che sono scattate le manette a Ruggeri. Gli imprenditori hanno deciso di costituirsi parte civile

Di Laura Distefano |

L’estorsione ventennale pagata dai fratelli Di Martino alla famiglia Ieni – caso che ha poi portato alle dimissioni l’imprenditore dell’autotrasporto dal ruolo di presidente d Confindustria – è stata scoperta grazie a una conversazione captata il 20 febbraio 2019. Le cimici erano state piazzate a casa di Francesco Ieni, figlio del boss deceduto Nuccio, per un’inchiesta antidroga. E fatalità ha voluto che quella sera ricevesse la visita di Giovanni Ruggeri, l’esattore del pizzo arrestato in flagranza pochi giorni prima di Natale mentre intascava i quattromila euro da mettere sotto l’albero dell’esponente dei Pillera-Puntina. I due fanno il nome di «Filippo», fanno riferimento a «Mercedes», «camion». Per gli inquirenti non ci sono dubbi che si riferiscano alle aziende del gruppo Di Martino. E poi il riscontro è arrivato cristallino con le ammissioni dei due fratelli, sentiti dopo che sono scattate le manette a Ruggeri. Che a proposito è stato processato con il rito abbreviato. E in primo grado incassò una pesante condanna.

Le intercettazioni

Ma facciamo un passo indietro. A quell’intercettazione che ha scoperchiato il pizzo pagato da due decenni. «Amici di tuo padre sono! Ma si sono sempre comportati bene…», Ruggeri rassicurava il rampollo della famiglia Ieni. «Lo sai, lo sai perché non ci sono andato io o zio… ora te lo dico subito, io sto sbrigando altre cose con loro, che tu sai!». Altre cose per gli investigatori è l’indicazione dell’estorsione. E infatti poco dopo spiegava: «Tuo papà, io ci vado tre volte l’anno e basta più». Ieni poi gli chiedeva: «Quanto ti ha dato le tre volte che tu ci vai all’anno?». La risposta era precisa: «Quattro, quattro e quattro».

“La coda non gliela puoi toccare”

I due interlocutori commentavano anche che in una delle aziende dei Di Martino «la coda non gliela puoi toccare, mai, mai… ce l’ha blindata vero, zio?». Questa affermazione portava gli investigatori a sospettare che ci potesse essere anche «la protezione di un’altra potente organizzazione criminale».Non è la prima volta che alcune imprese pagano il pizzo a più clan. E poi su Di Martino c’era stato qualche anno fa un verbale firmato dal pentito Eugenio Sturiale, l’uomo che ha indossate quasi tutte le casacche mafiose passando dai Santapaola, ai Cappello e infine ai Laudani. «Un concessionario della Mercedes tale Di Martino che ha sede in zona aeroporto è sottoposto ad estorsione da parte del gruppo Santapaola. Io stesso ho partecipato a una riunione in cui si doveva pianificare un attentato a scopo estorsivo. Ciò avveniva nel 90 e 91. Qualche settimana dopo ho saputo da Enzo Santapaola che si era messo a posto provvedendo al pagamento dell’estorsione», raccontava nel 2010 il collaboratore di giustizia. Su questo filone però al momento non sono arrivate discovery degli atti. Se non quelle che raccontava Angelo Di Martino, sentito a sommarie informazioni dopo l’arresto in flagranza di Ruggeri: «Voglio precisare che circa venti anni fa siamo stati oggetto di estorsione nei confronti della Comer Sud e abbiamo collaborate con le forze dell’ordine e l’autorità giudiziaria per identificare gli autori del reato».

L’inchiesta e le dimissioni

Tutt’altra storia rispetto a quella emersa dall’inchiesta antiracket Doppio Petto della scorsa settimana, che ha fatto scoppiare il caso e poi “costretto” Di Martino a lasciare la carica di numero 1 degli industriali etnei pochi mesi dopo l’elezione. Confindustria nel 2007 sembrava aver messo nel Dna dell’associazione la parola “legalità”. Parola sbandierata in tutti i palcoscenici dai vertici siciliani. Prima da Ivan Lo Bello e poi dal falso paladino dell’antimafia Antonello Montante. «Chi paga il pizzo sarà espulso», era la regola delle regole. Che però, numeri alla mano, è rimasta più apparenza che sostanza.

Nella nota inviata ai soci, l’ex presidente di Confindustria ha precisato che – tempi tecnici permettendo – fornirà la sua verità su quanto accaduto rispetto a quanto narrato dai giornalisti.

L’ordinanza

Nell’ordinanza del gip Sebastiano Di Giacomo Barbagallo ci sono solo alcuni stralci delle dichiarazioni rese il 18 dicembre 2021. E da quella lettura è emerso un interrogativo: Angelo Di Martino quando ha scoperto che il fratello Filippo da 20 anni pagava il pizzo a Natale e Pasqua a «dei mafiosi»? La risposta arriva dai verbali integrali di Angelo Di Martino che La Sicilia ha potuto consultare: «Sono a conoscenza che mio fratello per conto della nostra azienda corrisponda a soggetti appartenenti al clan mafioso somme di denaro a titolo di protezione anche se io e i miei fratelli siamo sempre stati contrari. L’estorsione viene corrisposta da circa venti anni, inizialmente corrispondeva solo mio fratello Filippo ma da circa cinque anni fa tutti gli altri fratelli ci siamo accollati di suddividerci la quota raccogliendo i 4.000 euro delle due rate tutte insieme». Gli investigatori a quel punto chiedevano: «Come mai non siete riusciti a convincere suo fratello a interrompere il pagamento dell’estorsione?». La risposta: «Perchè mio fratello ci ha spiegato che le persone a cui corrispondere l’estorsione sono mafiosi e pertanto ha insistito per pagare per evitare ritorsione e lavorare tranquilli».Questa la “giustificazione” che ha scosso il mondo antiracket, che a più riprese ha chiesto il passo indietro dell’imprenditore. A livello processuale i fratelli Di Martino, supportati dal collegio di legali – composto da Giovanni Grasso, Francesca Ronsisvalle e Vittorio Lo Presti – hanno deciso di costituirsi parte civile, anche come azienda. Il vento pare essere cambiato.

COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA

Articoli correlati