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Stragi, il killer catanese Maurizio Avola sotto torchio per ore: «Su via D’Amelio c’era un piano B»

L'udienza fiume di ieri con l'ex sicario dei Santapaola interrogato dall’avvocato Colonna e dal pm Pacifico. Oggi bis

Di Laura Distefano - Laura Mendola |

Non è finita. Non sono bastate otto ore per completare l’esame del killer catanese Maurizio Avola. Ieri è cominciata l’udienza camerale per poter interrogare il collaboratore di giustizia che ha fatto rivelazioni inedite sui due attentati in cui persero la vita 32 anni fa il giudice Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Uno step ritenuto necessario dal gip Santi Bologna per valutare la richiesta di archiviazione della procura nissena delle indagini avviate proprio a seguito delle dichiarazioni del sicario del clan Santapaola-Ercolano.

I catanesi

Per Avola i catanesi avrebbero avuto un ruolo attivo nelle stragi del 1992 a Palermo. Marginale per Capaci, da protagonisti per via D’Amelio. Ieri a compulsarlo con una serie di domande è stato il suo legale, l’avvocato Ugo Colonna. Nella mattinata il focus è stata la fase preparatoria dell’omicidio del giudice Giovanni Falcone. Ed è emersa la figura del «forestiero» che Avola avrebbe incontrato a casa di Aldo Ercolano, uomo d’onore catanese e all’epoca rappresentante della famiglia mafiosa come vice dello zio Nitto Santapaola latitante. Lo straniero sarebbe stato un maestro nell’arte degli esplosivi, avrebbe addestrato addirittura i corleonesi. Di questa figura Avola ne avrebbe parlato a Roma al già procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra, deceduto da qualche anno, che però avrebbe sottovalutato le dichiarazioni del killer. Tant’è che non ci sarebbero state trascrizioni o verbali documentali.

Dall’autobomba ai bazooka

Nel pomeriggio i quesiti sono per l’attentato in via D’Amelio. Avola, rispondendo sempre alle domande molto circostanziate del suo legale, ripercorre la settimana che precede il 19 luglio 1992. I viaggi da Catania a Palermo, nonostante la frattura al braccio. Il killer avrebbe sostituito il gesso con una fasciatura removibile. Sarebbe stato lo stesso Avola, un paio di giorni prima della strage, a imbottire di esplosivo la Fiat 126 in un garage assieme a uno dei fratelli Graviano. Fuori dal box sarebbero stato presenti Aldo Ercolano, l’altro fratello Graviano e Matteo Messina Denaro. Cani da guardia di altissimo livello mafioso, insomma. Per “giustificare” il controllo della polizia il sabato precedente all’attentato, Avola racconta che sono tornati di gran corsa a Catania perché Aldo Ercolano doveva parlare con lo zio Nitto Santapaola. Spiega anche il percorso, da via Nuovaluce fino a dove “stava” il padrino nel capoluogo etneo.Il killer, inoltre, rivela che «c’era un piano B» per via D’Amelio. Infatti dall’Etna avevano trasportato bazooca, kalashnikov e bombe a mano poi nascoste in un furgone, che sarebbero potuti essere usati per ammazzare Borsellino nel caso in cui qualcosa sarebbe andato storto con l’esplosione.

Nell’ultima fase dell’udienza fiume, è cominciato l’esame (che continuerà ogg) del procuratore aggiunto Pasquale Pacifico. Il magistrato ha focalizzato diverse domande sulla frattura e la fasciatura removibile. Oggi continuerà dopo aver riletto i tanti appunti presi.

Ma dopo di lui sarà il turno di Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, dell’avvocato Trizzino, marito di Lucia Borsellino e legale della famiglia. E poi anche dei difensori degli indagati. L’attenzione dei legali sarà rivolta in particolare alle giornate preparatorie della strage di via D’Amelio.COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA


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