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il retroscena

Sul «giudice di sinistra» additato da Musumeci il Csm rinvia il verdetto per la nomina a Catania

Slitta il voto sul posto in Corte d’Appello: Mignemi resta in lizza con Carrubba, chiesti «approfondimenti». E il plenum boccia l’ultima designazione di Zuccaro in Dda

Di Mario Barresi |

E così «l’altro giudice politicizzato a Catania» – additato anonimamente da Nello Musumeci in aggiunta alla “nemica” Iolanda Apostolico – avrà un’altra chance per giocarsi un posto di rilievo in tribunale. Il Csm, infatti, ha deciso di rinviare il verdetto del plenum (inizialmente ipotizzato per ieri) sulla nomina del presidente di sezione della Corte d’appello etnea. In lizza ci sono due magistrati di gran livello: Tiziana Carrubba, presidente della Corte d’Assise di Siracusa, e Sebastiano Mignemi, presidente della sezione penale del tribunale di Catania.

Per «ulteriori approfondimenti» i due aspiranti saranno sentiti di nuovo dalla quinta commissione del Csm. La quale, però, s’era già espressa lo scorso 6 luglio: 4-2 per Carrubba.Se non ci fossero in questo momento i riflettori nazionali puntati su Piazza Verga, sarebbe un passaggio di routine. Ma il rinvio del voto finale, a Roma, non è passato inosservato. Soprattutto dopo che alcuni giornali – e La Sicilia fra questi – hanno individuato in Mignemi la toga su cui si sono concentrati gli strali del ministro Musumeci, che ha parlato di «un magistrato che negli ultimi anni si è divertito a utilizzare i propri pregiudizi di uomo di sinistra per attaccare esponenti della destra». Sono (quasi) pubblici i post su Facebook di Mignemi, molto caustico sull’allora governatore poi diventato ministro. Che non l’ha presa bene, covando da anni un rancore che è esploso domenica alla convention di FdI a Brucoli.

Per i più maliziosi una bomba a orologeria, piazzata proprio in vista del passaggio in Csm. Dove, nel frattempo, è maturata l’ipotesi di rimettere in discussione la decisione sul posto in gioco. A Palazzo dei Marescialli, infatti, lunedì non è stato inserito, come invece era dato per scontato, il voto in plenum come ordine del giorno aggiuntivo. «Evidentemente la decisione non era matura» ammette una fonte qualificata, ricordando che l’«audizione dei candidati è uno degli strumenti dell’istruttoria». Come interpretare questa decisione? Per qualcuno è un «ravvedimento operoso» rispetto alla comparazione dei titoli, per altri un senso di colpa di Unicost che in commissione ha mollato Mignemi (Md) favorendo l’altra collega che ha preso i voti di Mi.

I più dietrologi, però, parlano di un «tentativo estremo di pacificazione del clima», riferendosi alle bordate di Musumeci e soprattutto al successivo tentativo di «chiarimento» raccontato dal nostro giornale martedì. A proposito: su segnalazione di alcuni avvocati interessati, va precisato un passaggio: Mignemi si astenne dal giudicare l’amministrazione di Umberto Scapagnini nel processo sul buco di bilancio (per un “like” sul profilo di CittàInsieme, associazione fra le parti civili) dopo che c’era stata la richiesta di ricusazione da parte di alcuni degli imputati.

Storie vecchie, quasi sepolte, che tornano ad aleggiare a causa della tensione che si concentra sul tribunale di Catania. Ma anche per le grandi manovre, già partite in sordina, per la scelta del nuovo procuratore. Ne parleremo a tempo debito.

Ieri, però, il plenum di Palazzo dei Marescialli s’è pronunciato – all’unanimità – su un’altra questione catanese. Ovvero: la designazione del pm Michela Maresca nella Direzione distrettuale antimafia. Una scelta compiuta dall’ex procuratore Carmelo Zuccaro (che da lunedì ha preso possesso del ruolo di procuratore generale di Catania) e contestata, con una lunga nota di osservazioni, da un’altra aspirante, Rosaria Molè. Alla quale il plenum dà sostanzialmente ragione, nel valutare che «il dirigente (Zuccaro, ndr), nello svolgere la procedura comparativa fra i tre magistrati aspiranti, non avrebbe dovuto pretermettere la rilevanza, a fini selettivi, dei procedimenti di criminalità organizzata, anche di tipo mafioso, trattati dagli aspiranti per il solo dato del periodo a cui risalgono le relative co assegnazioni, né tanto meno per il grado di pericolosità dei sodalizi, ed avrebbe, altresì, dovuto confrontarsi diffusamente con tutti gli ulteriori elementi di valutazione», che secondo la “ricorrente” sono superiori a quelli della collega designata.

Il Csm, con voto unanime, chiede adesso al procuratore di Catania «una nuova valutazione, tenendo conto degli atti di indirizzo di cui alla parte motiva, ed a trasmettere, senza ritardo, al Consiglio il nuovo decreto di designazione». Ma, ovviamente, non potrà essere più Zuccaro a riscrivere il nuovo “giudizio” su Maresca e Molè. Il delicato compito spetterà ad Agata Santonocito, a sua volta passata indenne dalle forche caudine di Palazzo dei Marescialli proprio per la sua nomina a reggente, contestata da altri due sostituti di peso come Francesco Puleio e Ignazio Fonzo. In quell’occasione il Csm (con 15 astensioni su 29 votanti), pur stigmatizzando che la scelta fosse «sorretta da un apparato motivazionale persino sovrabbondante», ha deciso per la presa d’atto della nomina della reggente, poiché «il procedimento ed il provvedimento di nomina, sia sul piano procedurale e della tempistica, che sul piano più strettamente selettivo, risultano immuni da censure, congrui e coerenti rispetto alla natura ed alla tipologia dell’incarico conferito».

Ma stavolta, nel caso Maresca-Molè, è arrivato un chiaro altolà. E, come detto, toccherà a Santonocito, che – per preparazione ed esperienza – ha lo standing adeguato per sbrogliare la matassa. L’ennesima, al tribunale di Catania.m.barresi@lasicilia.it

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