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Uscì da carcere in permesso premio e uccise il rivale: condanna definitiva per il cold case di 35 anni fa

La Cassazione ha confermato i 21 anni a Rosario Guzzetta ritenuto colpevole dell'omicidio di Rosario Cintorino. Il delitto avvenne a Catania

Laura Distefano

29 Aprile 2025, 11:25

guzze

Ricorso inammissibile. La condanna a 21 anni di Rosario Guzzetta per l’omicidio di Rosario Cintorino, avvenuto nel 1990, è diventata irrevocabile con la decisione emessa dalla Cassazione.

Il delitto fu uno dei tanti omicidi commessi a Catania negli anni della mattanza: era rimasto nel cassetto della procura tra i “casi irrisolti”. Dopo quasi trent’anni, nel 2019, la polizia scientifica ha fatto una scoperta quasi incredibile. Una delle impronte papillari rilevate nella Fiat Panda dove era stato recuperato il corpo della vittima coincideva con quella di un pregiudicato presente in archivio. Per la precisione al «pollice della mano sinistra di Rosario Guzzetta, che era stato fotosegnalato nel dicembre del 1984 per rapina».

Il cold case

Ma qualcosa però non è quadrato all’inizio. L’uomo nel periodo in cui fu ucciso Cintorino risultava detenuto in carcere. Ma gli investigatori della polizia, guidati dal procuratore aggiunto Ignazio Fonzo, hanno continuato a scavare. E così hanno scoperto che Guzzetta dal 15 al 30 marzo del 1990 era in permesso premio. Quindi il 28 marzo di quell'anno - giorno del delitto - non era nel carcere di Nicosia (nell’Ennese).

La Suprema Corte, quindi, ha confermato la sentenza della Corte d’Assise d’Appello emessa l’anno scorso nei confronti di Guzzetta, difeso dall’avvocato Alessandro Lapertosa. Le parti civili invece, cioè i familiari della vittima, sono stati assistiti dall’avvocato Davide Giugno e Salvatore Pietro Paolo Puglisi.

Il perché della condanna

Nelle motivazioni del verdetto, il collegio ha evidenziato come solo il killer di Cintorino potesse conoscere alcuni dettagli sul cold case. Guzzetta sapeva le modalità dell’omicidio: l’uomo fu ammazzato con un colpo di martello in testa. Un dato sconosciuto e che era emerso dall’autopsia sul corpo della vittima.

Rosario Guzzetta avrebbe avuto anche spazio per l’ironia, nel senso pirandelliano del termine. L’imputato in ordine alla improbabile individuazione di eventuali concorrenti nel reato è stato intercettato dire: «Gli altri (…) ora li trovano». Per i giudici catanesi l’imputato intendeva commentare (ironicamente) «“si fa per dire!”, “non li prenderanno mai!”».

Per l’Assise d’Appello la conoscenza della «dinamica del delitto» e «degli eventuali corresponsabili» sarebbe stata più che una confessione. Questi pezzi di mosaico assieme alla prova “ regina” (le impronte papillari) non lasciano alcun dubbio sul fatto che Guzzetta sia «l’autore del delitto, aggravato dall’essere stato commesso con crudeltà». Il delitto sarebbe maturato per contrasti tra carnefice e vittima nella spartizione di proventi derivanti dal traffico di sostanze stupefacenti. Un movente che si ripete anche in questa epoca in cui fortunatamente si spara molto meno rispetto al 1990, quando si registravano 100 morti ammazzati l’anno.