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Dentro la villa al mare di Publius Annius di Realmonte, il romano che copiava gli imperatori

Dopo il restauro riapre al pubblico la spettacolare domus marina vicino la Scala dei Turchi del Paperone che fece una fortuna commerciando zolfo nei primi secoli dell’età imperiale

Di Silvia Lambertucci |

Per chi si avvicinava dal mare, gli archi monumentali e le colonne svettanti della sua facciata dovevano incutere una certa soggezione. Una casa imponente, colorata e lussuosa come le piscine delle sue terme vista mare e le terrazze che arrivavano fino alla spiaggia, in una delle insenature più belle della Sicilia meridionale, a pochi chilometri da Agrigento, un passo dalla Scala dei Turchi. 

Oggetto di un attento restauro dopo i lunghi anni di degrado seguiti agli scavi, riapre al pubblico con la guida degli archeologi di coop culture la spettacolare villa marina di Publius Annius, ricco esponente di una famiglia di imprenditori dello zolfo nei primi secoli dell’età imperiale.

Una villa che fu enorme e opulenta, come si conveniva a un uomo del suo rango, agiato al punto da farsi produrre i coppi per il tetto stampati con il monogramma delle sue iniziali. Con una zona residenziale articolata attorno ad una grande corte quadrata, circondata da un peristilio colorato, il rosso delle colonne in contrasto con il nero del muretto che gli correva sotto. E poi saloni per il ricevimento e stanze per il riposo dove i pavimenti fatti di intarsi di marmi colorati si alternano ad altri in mosaico bianco e nero, secondo lo stile della tradizione italica, quello più alla moda in quella fase dell’impero, forse non a caso proprio lo stesso stile e gli stessi temi usati da Antonino Pio a Ostia per le Terme di Nettuno. 

Frutto di una scoperta casuale avvenuta nel 1907 durante gli scavi per la ferrovia che doveva collegare Porto Empedocle a Siculiana, la villa, che è vicina all’abitato di Realmonte, è stata riportata alla luce a partire dal 1908 dal soprintendente Antonio Solinas. Una scoperta che fece scalpore, tanto che il tracciato ferroviario fu subito spostato. Gli scavi però si fermarono presto, ripresi solo tra il 1979 e il 1983, con gli archeologi dell’università giapponese di Tsukuba guidati da Masanori Aoyagi. Dopo quell'epoca anni di degrado, fino agli interventi dei primi del duemila e ai restauri di oggi che hanno messo in sicurezza e stanno facendo risplendere quello che ne resta: soprattutto i favolosi pavimenti, sui quali ancora si sta lavorando tanto che i visitatori saranno accompagnati alla scoperta del cantiere in attività. E poi gli ambienti e le vasche dei due impianti termali (uomini e donne separati secondo i dettami dell’epoca antoniniana) con i loro incredibili spogliatoi (apodyteria) dove i mosaici sembrano raggiungere il culmine della raffinatezza, da una parte un Nettuno coloratissimo in piedi sopra un ippocampo il braccio teso che impugna il tridente mentre sotto di lui si rincorrono eleganti delfini, dall’altra Scilla tutta in rosa che brandisce un timone con le braccia alzate circondata da neri mostri marini. Quasi nulla rimane invece delle decorazioni parietali che pure dovevano essere di gran pregio.

Pochissime pure le pubblicazioni. Antonella Polito e Gaetano Tripodi firmano oggi uno studio, pubblicato da Regione Sicilia, assessorato alla cultura e soprintendenza ai beni culturali di Agrigento, che mette insieme tutte le conoscenze sul sito e ricostruisce la storia della casa, oggi di pertinenza del Parco della Valle dei Templi e del suo direttore Roberto Sciarratta: una parabola tanto affascinante quanto breve, visto che la ricca dimora, costruita nella prima metà del II secolo dopo Cristo, era probabilmente in disuso già nel secolo successivo. Ne viene fuori che il padrone di casa era forse l’esponente della seconda generazione di una famiglia di concessionari di miniere di zolfo, il minerale che aveva reso ricca l’antica cittadina mercantile di Agrigento. Un incarico di prestigio, il suo, che veniva direttamente dall’imperatore, proprietario delle miniere. Il legame con Roma era sottolineato del resto anche dall’appartenenza della famiglia alla tribù dei Voturi, che si estendeva sulla riva sinistra del Tevere e nel territorio di Ostia.

Gli Annii erano insomma agiati imprenditori italici, grati ad Augusto che aveva offerto loro la concessione (e di questo c'è la prova in una iscrizione trovata vicino agli edifici pubblici dell’antica Agrigento romana). La bella casa sul mare di Publius doveva stupire e raccontare tutto questo. Una meraviglia che ora si può tornare a scoprire. COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA


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