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La Sinistra e il mito perenne di Berlinguer

Marcello Sorgi è in libreria con “San Berlinguer” (edito da Chiarelettere), saggio dedicato al segretario del Pci, scomparso l’11 giugno 1984. All’ex ministra Anna Finocchiaro abbiamo chiesto di commentare il lavoro di Sorgi

Anna Finocchiaro

20 Agosto 2024, 12:02

soerg

Marcello Sorgi ed io siamo nati lo stesso giorno dello stesso anno, in Sicilia.
Il panorama della nostra giovinezza è stato dunque quello di una stessa generazione - quella dei ragazzi degli anni Settanta - vissuta nella grande e variegata koinè della sinistra, in gran parte costruita dalle stesse letture, alimentata dagli stessi miti, nutrita degli stessi riferimenti e valori, per quanto diverse siano state poi le esperienze di impegno professionale e le successive e definitive scelte di vita.
Né il filo si è interrotto.

La scena pubblica

La scena politica pubblica, che abbiamo percorso lui da giornalista e saggista, poi direttore de “La Stampa”, dunque da osservatore e commentatore, io da parlamentare, è stato, ancora, il terreno comune dell’osservazione, della riflessione, dell'incontro.
Nelle stesse fasi della vita, insomma, abbiamo vissuto eventi e processi della storia politica, nazionale ma anche internazionale (si pensi anche soltanto alla caduta del Muro di Berlino), i più affascinanti, ma anche i più drammatici degli ultimi decenni del Novecento, assistito al nascere e tragicamente manifestarsi del terrorismo, sofferto la potenza mafiosa ed i suoi crimini, osservato il declino di un intero sistema politico e la profonda trasformazione della società italiana, accolto gli innegabili progressi sul terreno dei diritti civili.

Bel libro di storia politica

Abbiamo dunque, lui da autore, io da lettrice, vissuto lo stesso tempo di cui si racconta in questo libro, che è un bel libro di storia politica orientato, attraverso una ricostruzione di eventi, strategie e posizioni politiche, alla ricerca delle ragioni per cui il mito di Enrico Berlinguer resista oltre il tempo e le generazioni, scontando positivamente anche errori, incertezze e ritardi che pure ci furono.

Questo non può che avere avuto effetto sulle mie impressioni sul libro, e sotto il profilo che della ricostruzione degli eventi raccontati, che si sono intrecciati con la mia biografia e con quella dell’autore, e che dunque entrambi avvertiamo come “vivi” e strettamente leghiamo ad anni, e talora proprio giornate, della nostra giovinezza, e sotto il profilo dello strascico sentimentale che questa vicinanza implica.
Personalmente, ad esempio, mi ritrovo pienamente in una affermazione di Massimo D’Alema, tratta dalla intervista rilasciata per l’occasione. Alla domanda: “Per concludere, lei ha nostalgia di Berlinguer?”, D'Alema risponde: “Devo ammettere che pensare a Berlinguer suscita in me un sentimento pericoloso come la nostalgia. Ma mi ci abbandono felicemente”. Premesso che ritengo la nostalgia un sentimento mite, e dunque non lo definirei più pericoloso dei tanti altri che impastano la politica, anch’io mi abbandono felicemente al ricordo di Berlinguer.
Mi pare dunque che in particolare la prima parte del libro, quella che copre gli anni in cui l’autore lavorava come cronista giovanissimo a “L'Ora” di Palermo, giornale peraltro finanziato allora dal Pci e che sopravvisse fino a quando quel finanziamento continuò ad assisterlo, sia fortemente segnato dal rimando al tempo della giovinezza e che un’eco di nostalgia la percorra.
Non potrebbe essere altrimenti.

Sorgi e il giornalismo

Sorgi, giovanissimo cronista, che non aderiva, né aderì al Partito, amava (la parola è giusta) quel lavoro, i suoi maestri e colleghi, la capacità di espressione libera di quel giornale «che non faceva i conti con le convenienze dell’editore» e che era insieme luogo di crescita personale, oltre che professionale.
I lettori potrebbero trovare conferma di quello che dico anche soltanto in una frase contenuta nel testo (che contiene anche molto, molto altro) e riferita all’edizione pomeridiana del giorno del rapimento Moro: “Era un giornale bellissimo, palpitante… Leggendolo sembrava proprio di trovarsi in via Fani un minuto dopo il sequestro, tra i corpi dei morti ammazzati della scorta, nel Parlamento sopraffatto dall’accaduto”.
Ma Sorgi è giornalista puro, e se inevitabile è l’eco nostalgica, la sua narrazione delle vicende politiche che videro protagonista Berlinguer è condotta con lo scrupolo del cronista, senza mai indulgere né alla deriva agiografica, che pure il mito perdurante del Segretario potrebbe suggerire, né al pregiudizio.

Il "compromesso storico" e Aldo Moro

Davvero interessanti, inevitabilmente, le parti del libro dedicate alla politica del compromesso storico ed al rapporto con Aldo Moro, definitivamente e prematuramente archiviata con l’uccisione di quest’ultimo, ed all’intreccio di questioni che la accompagnava, dalla sua protestata incompatibilità con il giudizio su una parte della classe dirigente meridionale della Dc, da Gioia a Lima, al rapporto con il movimento degli studenti e con gli intellettuali della sinistra, Guttuso e Sciascia in testa e ancora alla necessità di sbloccare un sistema politico che si fondava sulla conventio ad excludendum e che già, anche in ragione di ciò, registrava un decadimento della vita democratica del Paese.
Non sempre concordo con il giudizio, implicito od esplicito che sia, che emerge dal libro su ciascuna delle vicende raccontate, ma certo non c’è passaggio delle scelte politiche del Pci che venga trascurato, sullo sfondo di un Paese in pieno radicale mutamento.
La ricerca puntigliosa di meriti ed errori è conferma di quanto autentica sia la domanda a cui Marcello Sorgi cerca risposta, e cioè, appunto, la ragione del perdurante mito di Berlinguer, così da inserire nel testo sette interviste a dirigenti del Pci che vissero il tempo della sua Segreteria e a Miguel Gotor, che se ne è occupato da storico.
Ora, appare singolare, certo, che oggetto di tanta attenzione, anche da parte di tanti ragazzi che non erano neppure nati quando quelle vicende si svolgevano e Berlinguer moriva, sia il Segretario del Partito Comunista Italiano, che è stato il mio partito.
Io la trovo in una ragione antica, che noi siciliani comprendiamo forse meglio di altri per essere figli della cultura greca, che alla morte eroica attribuiva così speciale importanza e valore. L’omaggio perdurante a Berlinguer è quello che si tributa a chi muoia sul campo, forte delle proprie convinzioni e pertanto onesto col mondo, disattento rispetto alla propria convenienza, spinto dalla forza del dovere mentre cede il corpo.
Questo riscatta gli errori dell’umano, restituisce solo l’immagine di ciò che vorremmo essere nell’attimo finale e, mi perdonerà Marcello Sorgi, non c’entra la santità, ma piuttosto il senso tragico della morte di Ettore nel duello con Achille, che ancora oggi commuove ed esalta. Qualcosa di più antico e laico, dunque.