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Cultura

Catania e l'inguaribile pallino per le "sette note"

Il volume di Davide Spampinato che passa in rassegna il roboante trentennio tra il 1970 e il 2000 che ha fatto della città etnea un vulcanico laboratorio di “ordinaria rockfollia”

Di Leonardo Lodato

Essere stati tra i protagonisti della scena musicale catanese a cavallo tra gli anni Settanta e il 2000, dà diritto a mille punti. Averla vissuta, seppur da semplici spettatori, non è esattamente la stessa cosa ma dà diritto a poter affermare: “io c’ero!”. Certo, non stiamo parlando della Swingin’ London o della Big Apple del Loft Jazz, quando uscivi di casa e incontravi Miles Davis appoggiato ad una cabina telefonica.

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Ma se questa città nera, per certi versi maledetta, arsa dal sole e dal sale, si è conquistata la nomea di Seattle d’Italia, un motivo ci sarà. Anzi più d’uno. E sono tutti (o quasi) elencati nell’appassionante (e a tratti commovente, ma niente paura, solo per chi c’era) libro di Davide Spampinato “Trent’anni di musica ribelle a Catania - 1970-2000 - Storie di ordinaria rockfollia” (Edizioni Akkuaria, pp. 202, euro 16), che l’autore presenterà venerdì da Zo, alle 18, in una serata che sarà un tuffo nel passato più scoppiettante della Catania rock, con la presenza dell'editrice Vera Ambra e di due colleghi “col pallino delle sette note”: Gianluca Runza e Luigi D'Angelo.

 

I FLOR DE MAL

 

Oltre ad uno stuolo di amici, artisti e non, che completerà il quadro di uno evento da non perdere. Il libro: duecento e passa pagine, con un bel corredo fotografico, che a detta dello stesso Spampinato, non rappresentano un quadro completo della Catania musicale dell’epoca (anzi, delle varie epoche prese in considerazione), ma che cercano di rendere il dovuto omaggio ad alcune tra le figure più rappresentative.

 

GLI UZEDA

 

E allora cominciamo con godere della bella introduzione di Cesare Basile: «...In quel presente ognuno di noi - scrive Cesare - ha fatto la sua parte mettendola a disposizione di tutti, spesso senza rendersene conto...». E poi, una carrellata di aneddoti, di nomi, di artisti, di band, di personaggi che hanno recitato da protagonisti in quell’indotto che significa etichette (come la Cyclope Records dell’indimenticato Francesco “Checco” Virlinzi”), di negozi che erano punto di riferimento come Muscland di Nico Libra e Ignazio Bandieramonte, o di resistenza a oltranza come il Rock 86 di Piero Toscano, di manager e promoter, di “raduni” come “Sonica” e di compilation dal gusto esotico che si chiamavano “095 Codice Interattivo”.

 

Ma soprattutto di band che hanno regalato a questa città colori che vanno oltre il nero e il rosso fuoco dell’Etna e l’azzurro del cielo e del mare. Colori che virano tra l’oscurità degli Schizo e l’urlo liberatorio degli Uzeda, la sicilianità cocciuta dei Flor de Mal (chi non se li ricorda in apertura di quello storico concerto dei R.E.M. al vecchio Cibali?) Mentre la bulimica curiosità degli appassionati veniva conquistata da “alieni” del calibro di Shellac e Fugazi che atterravano in città grazie ai buoni uffici di Giovanna Cacciola e Agostino Tilotta.

 

I BOPPIN KIDS

 

E tutto un susseguirsi di nomi che ancora oggi sprizzano musica da tutti i pori: pensiamo a Francois e le Coccinelle, al Silver Trio, ai Malibran, ai Rhino Rockers, ai Quartered Shadows. Catania era un pullulare di fanzine e di locali dove si faceva musica: lo Sticky Fingers e il Taxi Driver, di centri sociali (Experia, Auro). Un pugno di nomi li ricorda nella sua postfazione, Carmelo Aurite che sfiora la primavera catanese di una politica “illuminata”, fino a citare Jovanotti parlando di quegli anni Novanta in cui Catania, almeno dal punto di vista musicale, era davvero “l’ombelico del mondo”.

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