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Cultura

Silvana Grasso: «Chi non ha legalità nel proprio Dna, resti fuori dalla politica»

Alla scrittrice, che da assessore ai Beni Culturali del Comune di Catania denunciò l’emorragia di reperti archeologici e quadreria dal Castello Ursino, è stato assegnato il premio dell’associazione Inikos

Di Carmen Greco

Silvana Grasso, esiste una mafia dei beni culturali in Sicilia?
«La Sicilia non si vende, non si svende, non si contrabbanda, non è feudo di conquista, né roccaforte per barbari del terzo millennio: questi devono essere i capisaldi di un’azione politica seria, il cui minimo comune denominatore sia Sicilia aedificanda non Sicilia delenda, una Sicilia cioè da ricostruire non da consegnare, distrutta smantellata, al futuro e al presente. Per decenni, salvo qualche tentativo poi azzoppato, la Sicilia è stata solo una cava di materiali preziosi da cui estrarre, vendere, persino svendere, se solo pensiamo a quale grande patrimonio archeologico abbia preso il volo per (ig)note destinazioni! Un “utero” generoso di tesori e bellezza, predato e depredato in barba alla legge, legge morale ed etica».

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La sua battaglia per i reperti del Castello Ursino cosa le ha insegnato?
«Io, cresciuta nelle case popolari di Giarre, al corso Sicilia, ragazzina andai da sola componendo un’idea di “legalità” che, in modo elementare, mi veniva prospettata a casa: questo si fa, questo non si fa, questo è onesto, questo no (la Legalità è termine recente, sovrapponibile all’Onestà di due tre generazioni fa), senza quelle sovrastrutture culturali, filosofiche che invece ho in seguito, negli anni, indagato soprattutto riguardo alla politèia greca. Fu per quella legalità elementare che, senza un nanosecondo di esitazione, denunciai l’emorragia di reperti archeologici e quadreria dal Castello Ursino quando, da assessore tecnico, ebbi il bene incommensurabile d’occuparmene anche se solo per 4 mesi. Mi ci tuffai a capofitto, seppur appena operata di cancro a una palpebra con resecazione e ricostruzione, contravvenendo a ogni prescrizione medico-chirugica. Quel “tuffo” mi risanò, soprattutto nelle ferite dell’anima».

Cos’è la legalità per lei?
«La legalità deve considerarsi elemento indispensabile del dna di ogni essere umano, a maggior ragione del dna politico, cui si demanda la Cosa Pubblica, non certo a fini di rapina, ma di tutela e salvaguardia. Chi sia sprovvisto di questo gene, deve restare fuori dalla Politica e dai privilegi che comporta».


Privilegi di che genere?

«Ha ragione di pormi questa domanda, non ho mai sentito un politico parlare dei tanti privilegi oggettivi (basta consultare Google), quanto dell’immenso sacrificio che comporta essere deputati senatori, governatori, sacrifici da “santi subito”, salvo poi restare attaccati al trono come molluschi allo scoglio. Come mai ai tempi di Cicerone la Politica, la Res publica, era considerata una grande rogna, mentre oggi solo un grande affare?».

Cosa vuol dire oggi essere “una donna contro le mafie”? Come lo racconterebbe a dei ragazzi?
«La Sicilia necessita di azioni forti, impropriamente considerate “coraggiose” perché, per secolare diseducazione al concetto di bene comune, nell’agire contro forme di abuso, illiceità, illegalità, paradossalmente si riconosce un’azione di coraggio, quando invece dovrebbe solo corrispondere al bagaglio di un’etica naturale. Contro le “mafie”, motivo per cui ricevo questo nobile premio dall’associazione Inikos, lo racconta la persona che sono, le battaglie che ho fatto, perso, vinto, a Catania come altrove, nonostante la “mafia” della delegittimazione della mia persona, dunque del mio operato, perché, cari ragazzi che in un batter d’occhio uomini e donne sarete, la “mafia” con laurea e master agisce proprio delegittimando la persona, dunque il suo operato, dunque la sua azione di legalità, fino allo svilimento e alla sua “morte” sociale, a meno che, questa fu la mia salvezza, il mio salvacondotto, la persona non abbia un solido patrimonio, non solo professionale ma soprattutto etico e morale, che la renda inattaccabile. Lo avevo, e fui inattaccabile».

Secondo lei, c’è un progetto sul futuro dei Beni culturali in Sicilia?
«Qual mai progetto potrebbe presentare una persona seria, di buonsenso, riguardo alla Cultura in Sicilia quando prima non si sia rifondata, come premessa, la questione morale e culturale in politica? Posso rispondere alla sua domanda solo in modo tranchant, senza makeup: dove làtita la morale, è assente l’Uomo, se ne vede il corpo, l’altezza, le braccia, gli occhi ma l’Uomo resta invisibile e, con lui, la Cultura dell’Humanitas. Un politico senza humanitas (e humanitas non significa umanità), in qualunque campo operi, può predisporre cataloghi, presenziare a eventi convegni h 24 senza che questo sia cultura, senza che lui stesso ne acquisti un solo grammo d’autorevolezza».

Quale Cultura serve alla Sicilia?
«La Cultura che serve alla Sicilia (alla logistica, alla fattibilità provvedono i buoni dirigenti) è una Cultura che declini l’Arte, le sue “stalattiti”, le sue “stalagmiti” con la stessa naturalezza con cui il tempo da sempre declina le sue stagioni, le sue fasi lunari, i suoi equinozi».

Se le offrissero il ruolo di assessora regionale ai Beni culturali, accetterebbe?
«Certamente, ma al momento ho altre priorità, la Formula Uno,  il bosone di Higgs , le particelle alfa, il complesso di Laio, le fonti greche delle Metamorfosi apuleiane».


Tra un anno la Sicilia andrà a votare il suo presidente, lei cosa si aspetta?

«Dico e sottoscrivo che, senza tentacoli  “legacci” e garrote politiche che, inevitabilmente, ne limitano la libertà d’azione, Nello Musumeci sarebbe un ottimo presidente, non solo in riferimento alla sua innegabile, invidiabile, esperienza politico-finanziaria-amministrativa, quanto a quel talento naturale che gli permette di intuire immediatamente eccellenza e prospettive anche in “territori” in cui non ha maturato competenze specifiche».

Dunque lei lo voterebbe?
«Assolutamente sì, e in questo caso non si frappongono altre priorità».

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