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Cultura

Come specializzarsi in Beni archeologici, un modello formativo tra Catania e Siracusa

La sfida della Scuola, l'unica dell'Italia meridionale,  per il futuro: tecnologia, digitale, didattica innovativa e tante esperienze

Di Daniele Malfitana

La sfida che il sistema della formazione universitaria si trova ad affrontare oggi impone scelte di vera trasformazione che incidono sui sistemi organizzativi nonché sui processi che reggono l’intera macchina formativa. Questo vale anche per la ripartenza - in fase post pandemica - nella gestione di una struttura formativa post-laurea. Il riferimento è alla Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Catania, unica scuola di terzo livello presente in Sicilia e in Italia meridionale (da Salerno in giù). 

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Chi opera nel mondo dell’economia sa bene che l’innovazione si produce cambiando. Talvolta, però, il solo cambiamento, sia pure associato ad una visione proiettata sulle continue novità della ricerca, non basta; occorre cercare il giusto equilibrio tra la natura della struttura stessa e del perché essa è nata e gli obiettivi che chi la guida ha in mente di raggiungere. In questa fase di ripartenza, dunque, abbiamo il dovere di rimettere in moto forze, idee e progetti per assumere, come passaggi imprescindibili di un’innovazione metodologica, la conoscenza, l’interazione e l’integrazione di saperi e competenze. 


La Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici, incardinata al Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università ha una lunga storia e, anagraficamente, si pone subito dopo l’istituzione della Scuola Archeologica Italiana di Atene avvenuta nel 1909. Fu fondata nel 1923 e la direzione, nella fase d’avvio, venne affidata al celebre archeologo roveretano, Paolo Orsi, che in quegli anni era alla guida della Soprintendenza a Siracusa, mentre formava archeologi insegnando nell’ateneo catanese. 


Il binomio Catania/Siracusa è rimasto nel corso degli anni: prima, con l’integrazione della scuola archeologica con quella del dramma antico, con sede sempre a Siracusa, poi, con la separazione consensuale delle due istituzioni mantenendo, però, sempre la base operativa nella città di Archimede. Un bel palazzo del XIV secolo, Palazzo Chiaramonte, ad Ortigia, lasciato in eredità da una nobile famiglia siracusana all’ateneo catanese perché divenisse sede di una Scuola di Archeologia ha segnato, nel corso degli anni, la forza di questo istituto che nell’arco di quasi un secolo ha visto passare i migliori archeologi del panorama nazionale ed internazionale che in quella Scuola hanno offerto lezioni e seminari a tanti allievi, molti dei quali oggi occupano posti di prestigio nelle Università, negli enti di ricerca, nelle Soprintendenze, nei musei e nei parchi archeologici dell’isola e non. 


Così, basta scorrere i registri delle lezioni, accuratamente conservati nell’Archivio Storico dell’Ateneo, per leggere i nomi di  Arias, Calderone, Pugliese Carratelli,  Bernabò Brea, Stazio, Gentili,  Sordi, Mazzarino, Cataudella, Paratore,  Bianchi Bandinelli, fino alle presenze più recenti con  Torelli,  Bonacasa,  De Miro, Andreae, Manacorda e tanti altri illustri studiosi. Ma è il posizionamento della struttura tra due città pluristratificate e dalla lunga storia come Catania e Siracusa, veri e propri cantieri di conoscenze, e l’attrattività che la nostra Sicilia è in grado di avere non solo per la ricchezza del patrimonio in sé, ma anche per la forza di un sistema universitario proiettato su livelli internazionali, che consentono alla Scuola catanese di diventare oggi punto aggregante per un processo formativo che va adesso riscritto puntando sul consolidamento forte con le città storiche, con i territori, con il sistema regionale dell’alta formazione, della tutela e della valorizzazione, con il sistema delle imprese, con la rete internazionale con cui tutti interagiamo così da contribuire a ridare centralità ad una tradizione di studi consolidata. 


Il fatto stesso che l’Ateneo catanese, nel 1923,  ebbe la felice intuizione di fondare una Scuola dedicata a formare e specializzare archeologi, ci fa capire quanta lungimiranza ci fosse in quella operazione. E dal 1961 in poi, con la determinazione di G. Rizza, a lungo direttore al quale si sono succeduti negli anni, F. Giudice, M. Frasca e D. Palermo, la Scuola è diventata punto di riferimento determinante. Oggi, a chi guida questa struttura, al consiglio scientifico, al dipartimento di scienze umanistiche che fa da grande contenitore di competenze sulla cultura umanistica, e soprattutto agli allievi che la frequentano è affidato il compito di veicolare e sperimentare nuovi percorsi per ridare una posizione chiave ad una archeologia che non rappresenta più il semplice studio del passato ma, al contrario, è nelle condizioni di programmare un diverso futuro, come lo stesso Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza in questi mesi ci sta invitando a fare.


 È questa, dunque, la nuova sfida che ci attende: far comprendere che un piano strategico a medio/lungo termine costruito su una didattica innovativa affiancata da una pluralità di esperienze (in aula, sul campo e in laboratorio) prepareranno il futuro delle giovani forze che da noi verranno a specializzarsi per diventare professionisti di un domani fatto di imprenditoria, di conoscenza trasformata in prodotto, di scavi preventivi visti come strumento per la definizione di una professione che stenta ad essere riconosciuta come tale, ed ancora di tanto digitale e molte tecnologie che dialogano con i resti del passato. Se saremo in grado di cogliere questa occasione scommettendo su tradizione ed innovazione, sulle persone, sulle nostre forze, e soprattutto sulle azioni da mettere in cantiere, allora potremo sperare davvero di assicurare alla nostra disciplina uno spazio più adeguato e di tutto rispetto tra le professioni di un futuro che è ormai dietro l’angolo. 
* Direttore Scuola di Specializzazione 
in Beni Archeologici 
Università di Catania
 

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