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Economia

Effetto pandemia: nonostante lo smart working, la produttività in Italia è aumentata

Sempre sul fronte del lavoro, l’Istat dà altre buone notizie, segnalando per il terzo trimestre di quest’anno un aumento del numero degli occupati:

Di Maria Gabriella Giannice

Chi l’avrebbe mai detto. Nel 2020, nonostante la pandemia, la produttività del lavoratore medio italiano è aumentata oltre ogni previsione superando la media europea e campioni come la Germania. Fedele alla vulgata che vuole gli Italiani dare il meglio di sé nelle emergenze, eccoci a staccare «di molto» i colleghi tedeschi, e addirittura prendere la volata rispetto ai francesi e spagnoli. E’ quanto si legge nel Report dell’Istat sulla produttività che registra nell’anno del Covid un aumento di produttività del lavoro in Italia dell’1,3% a fronte di un +0,4% della Germania, di un calo dell’1,1% della Francia, di un -2,,8% della Spagna e una media UE27 dell’1,2%. Forse - ma il report non lo dice - il merito è da attribuire anche, almeno in parte, al lavoro agile.

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«Nel 2020 - spiega l’Istat - la produttività del lavoro è aumentata marcatamente nel settore delle Attività finanziarie e assicurative (6,3%), nei Servizi di informazione e comunicazione, nel settore dell’Istruzione, sanità e assistenza sociale (5,7%) e, in misura più contenuta, nelle Costruzioni (2,8%)». 

Il dato spicca a fronte di un sistema Italia segnato da una produttività del lavoro con crescita piuttosto lenta (+0,5% in media, negli anni 2014-2020), e comunque pari alla Francia, superiore alla Spagna (0,0), ma sensibilmente inferiore alla Germania (+1,0%) e alla media Ue27 (+ 1,2%) dello stesso periodo. 

Non così bene come la produttività del lavoro, ha fatto il capitale che - sempre nel 2020 - ha visto la sua produttività crollare dell’11,2%. La scarsa efficienza con cui il fattore capitale è utilizzato nel processo produttivo è noto (-1,1% annuo nel periodo 2014-2020) , ma un tonfo a due cifre, meriterebbe qualche riflessione. 

Sempre sul fronte del lavoro, l’Istat dà altre buone notizie, segnalando per il terzo trimestre di quest’anno un aumento del numero degli occupati: di 121 mila unità (+0,5%) rispetto al trimestre precedente, e un aumento di 505 mila unità (+2,2%) rispetto al terzo trimestre del 2020. In crescita anche le ore lavorate, che segnano un +1,4% rispetto al trimestre precedente e un +4,1% rispetto al terzo trimestre 2020. Nel compresso, il tasso di occupazione sale al 58,4% mentre il tasso di disoccupazione scende al 9,2%. 

Tutti dati positivi che il viceministro al Mise Alessandra Todde e il presidente di Confindustria Carlo Bonomi non mancano di sottolineare. «Siamo felici - dice Bonomi - che i dati confermino che il problema delle imprese non è licenziare, ma trovare i profili giusti e assumere». Per Todde «Il lavoro del Governo è efficace» Tuttavia è il lavoro a tempo determinato quello che continua a cresce in modo sostanziale. se non preoccupante, superando i 3 milioni di lavoratori con contratto a scadenza e quindi in condizione di precarietà. A fronte di 505.000 occupati in più (+2,2%), il numero del saldo positivo degli occupati con un contratto a tempo indeterminato (+228.000) risulta decisamente inferiore al numero dei contratti a termine (+357.000) la cui crescita è schizzata di +13,1% mentre per i primi l’andamento é poco più che stabile (+1,5%) Se è vero, come dice Bonomi, che le aziende non pensano a licenziare. E’ pure vero che preferiscono assunzioni a scadenza, segnale inequivocabile di scarsa fiducia nelle prospettive economiche di lungo termine. Se poi assumono - tempo determinato o indeterminato che sia - è il contratto a tempo parziale che corre di più registrando un +3,7% a fronte di un più risicato +1,9% del tempo pieno. 
 

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