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Economia

Frutta e verdura alle stelle: «Ma se il pomodoro Piccadilly sta a 50 cent?». Viaggio al Maas, il mercato più grande di Sicilia

Gli operatori della struttura catanese: «Lottiamo per mantere prezzi accessibili, ma le celle frigorifere sono piene per il calo dei consumi»

Di Maria Elena Quaiotti 

«È puro terrorismo mediatico»: bocciano così gli operatori dell’ortofrutta del Maas, mercati agroalimentari siciliani, le ultime notizie a riguardo degli aumenti indiscriminati dei costi di frutta e verdura: secondo il Codacons per esempio i pomodori sono rincarati del 19% come le pesche (con la siccità che sta colpendo duramente le coltivazioni con forti cali dei raccolti),  a seguire le pere (+17%).  

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Abbiamo intervistato gli addetti ai lavori accompagnati da Marco Cernizza, sindacalista Somaac. «La merce c’è, e di stagione – dicono tutti - la verità è che chi prima comprava ogni giorno ormai viene tre volte a settimana e il consumatore finale, con i rincari generali di tutte le utenze, che si riversa sui costi ai banchi del mercato per non dire nella grande distribuzione, ormai arriva a malapena al 15 del mese, se va bene. Quindi, se deve scegliere cosa comprare, la prima spesa a cui rinuncia riguarda proprio l’alimentazione».

I rincari, ben inteso, colpiscono anche e soprattutto loro, gli operatori del Mercato più grande di Sicilia, ad iniziare dalle bollette dell’energia elettrica: le ultime ricevute sono quelle di giugno e sono già raddoppiate, se non triplicate, hanno i brividi a pensare a quando riceveranno quelle dell’estate, con le celle frigorifere in funzione a pieno regime. Ma anche il confezionamento, la carta dei blocchetti, la manutenzione dei transpallet, insomma le spese non sono poche.

 

 

In via Passo del Fico nei “box” si contano centinaia di anni di esperienza e diverse generazioni di venditori del settore. Molto spesso a rilevare le attività sono i figli, una minima speranza per un settore la cui sfida “ultima” sta diventando ormai sopravvivere, non certo arricchirsi. E difatti sono loro, gli “eredi”, i primi ad aver capito di non poter aumentare i prezzi, nonostante la concorrenza estera “sleale”. «I nostri prodotti dovrebbero vendersi da soli», sono convinti. In attesa di tempi migliori, contando sulla qualità (indiscutibile) dei prodotti di eccellenza della terra siciliana.

 

 

Anthony Caruso, 30 anni, ad esempio, è un “figlio d'arte”, ma ogni giorno dalle 2 di notte è sempre presente nei box “di famiglia”. Certo, oggi la situazione è differente rispetto a qualche anno fa, «al momento il mercato non è dei migliori, la merce c’è, ma non si vende anche se, per la qualità di merce, i prezzi sono bassi». 

Facciamo qualche esempio, «abbiamo la melanzana violetta, “nuova” (novella) e locale, che dovrebbe vendersi a 1,30-1,40 euro al chilo, invece si vende a 60-70 centesimi, e a stento. Oppure il pomodoro Piccadilly di Ragusa, un prodotto che si dovrebbe vendere a 1,50-1,60 euro al chilo, invece stiamo arrivando a 40-50 centesimi, e per la nostra disperazione stiamo arrivando a venderlo a cassa, per non buttarla, a 20 centesimi al chilo. Oppure le patate, noi quelle novelle, le Branciamore, e insacchettate le vendiamo a 60 centesimi al chilo, un prezzo non esagerato, mentre nelle ultime due settimane sulle patate nuove si è arrivati a 3 euro a cassa, si parla di 20 chili, mentre al supermercato si vendono a 1,30 al chilo. In questo momento si vendono molte angurie, noi abbiamo quelle di Marsala, il prezzo ideale sarebbe 70 centesimi al chilo anche se qualcuno “rovina le piazze” e si arriva a 35-40 centesimi, che non è male, ma se si arrivasse a 50 ne usciremmo “più puliti”. I limoni, di Siracusa, che fino a qualche mese fa si vendevano a 50-60 centesimi, oggi con più consumo, da due giorni a questa parte siamo arrivati a 1,30 euro al chilo, in estate aumenta sempre, penso che ad agosto arriveremo a 1,80-2 euro al chilo. Teniamo conto che il limone della Spagna si sta già vendendo a 1,70 euro, svalorizzando così il nostro prodotto».

 

 

«È mio padre – prosegue - che mi ha insegnato a dare priorità al “mercato”, come a tenere sempre aperto, mai chiudere, se non per cataclismi. Non ho mai pensato di vendere alla grande distribuzione, che ha prezzi esagerati, ad esempio il Piccadilly viene venduto anche a 3,49 euro, in pratica 3 euro in più, una cosa assurda. In queste condizioni è difficile “uscire con le spese”, a volte non guadagniamo neanche per pagare gli operai». E lui di dipendenti ne ha dieci, «tutti messi in regola, con i diritti che meritano, ed è quello che non capiscono in Sicilia – precisa – è che l’operaio è colui che ti porta avanti l’azienda, e io rispetto più i miei operai di me stesso. Non dovranno mai dire, se un giorno dovessero andare via, che li ho trattati male. E se guadagnassi di più, se ci fosse più lavoro, darei più lavoro».

«I prezzi dei prodotti locali, come la pesca percoca, sono in aumento, ma per due ordini di motivi – fa notare Nunzio Scibilia, che commercia frutta e verdura di “pregio” – perché c’è poco prodotto e si ha difficoltà a reperire braccianti per il confezionamento, causa Covid e reddito di cittadinanza, che ha completamente condizionato le raccolte e il confezionamento dei prodotti siciliani, nonostante il prodotto ci sia. A causa degli ultimi caldi i prodotti hanno subito alcuni danni, presentano degli “ospiti”, qualcosa di buono arriva dall’Abruzzo, dove le temperature sono inferiori. Per “fortuna” è finita la stagione delle ciliegie, che hanno condizionato il mercato in maniera esponenziale, prezzi molto bassi e prodotto che veniva da tutte le parti, adesso c’è solo l’importazione che arriva dalla Turchia con un prezzo medio-alto, e il mercato si è stabilizzato anche con gli altri articoli, che soffrivano.

 

 

«È finita anche la stagione, andata lunghissima, dei kiwi nazionali - dice ancora Scibilia - condizionata dalla guerra in Ucraina, adesso siamo con il prodotto di importazione, dal Cile, e il prezzo è salito a 2,70 euro contro i 2-2,40 euro del prodotto nazionale, una anomalia di stagione, di solito si finiva a fine maggio. Parlando di importazioni abbiamo le arance egiziane, un bel prodotto, considerato che a livello locale ora le arance non ci sono, tra un po’ attingeremo dal Sud Africa, sono iniziati i limoni argentini, bellissimi. A livello nazionale abbiamo verdure – lattuga, trocadero, riccia, sedano - che vengono dall’Abruzzo, con prezzi standard rispetto all’anno scorso, solo un minimo rincaro dovuto al trasporto».

«Noi vendiamo più che altro merce di serra – spiega Carmelo Di Grazia, un operatore “storico” del Maas – i prezzi per adesso sono modici, minimi aumenti, ma tutto ormai costa di più. Se un articolo funziona il prezzo si può aumentare, ma in ogni caso si deve vendere e man mano scendere di prezzo, considerato che sono prodotti deperibili».

 

 

«Parlando di prezzi di ortaggi - entra nel dettaglio Di Grazia - , la melanzana nera si vende a 80 centesimi al chilo, la violetta anche meno, 50-70, i peperoni sono sotto l’euro, contando che solo l’imballaggio costa di più. Speriamo di non essere in perdita, ad influire, e non poco, sono le spese, di ogni genere, che dovrebbero venire pagate con gli utili. E non è facile per niente. Il problema vero è che la gente non ha più potere d’acquisto, ad oggi non penso ci siano attività che possano dire “a me va tutto bene”, la frutta e la verdura sono quasi diventati un optional. Degli ortaggi a essere veramente caro è il fagiolino, costa più di 2,50 euro al chilo, mentre le zucchine restano a un euro».


«Anche nelle piattaforme della grande distribuzione c’è un rallentamento impressionante delle vendite – commenta Pippo La Spina, rappresentante della categoria Ortofrutta al Maas, che rivende merce locale, campana e pugliese e vende solo in Sicilia – nonostante siamo abbastanza bassi con i prezzi: le albicocche a 60-70 centesimi al chilo, la noce pesca, ottimo prodotto, a 1,20-1,30, l’uva precoce è partita malissimo, 1,50, le susine a 0,50-0,60, siamo con prezzi alla fame. La realtà di mercato è questa, abbiamo le celle frigorifere piene, ma non c’è consumo, anche nella gdo. Al consumatore stanno mancando soldi di tasca, tra rincari di elettricità, gas, gasolio, almeno il 30% del suo stipendio va via, come arriva a fine mese? Anzi, oggi neanche lo inizia il mese, lo vediamo perché noi lavoriamo bene a inizio del mese, ma già dopo dieci giorni c’è l’allentamento delle vendite».

 

 

«Ed è lo Stato che ci sta togliendo i soldi di tasca senza che noi ce ne accorgiamo - spiega La Spina -  ad esempio per me un pieno di benzina è passato da 96 a 159 euro, sono soldi tolti da altre parti, che a fine anno conti. E la gente dove va a risparmiare? Nell’alimentazione. È vero, i ristoranti nel fine settimana sono pieni, ma sono quel 20% di popolazione che è più benestante. Ma a noi fanno vivere il popolo e le micro aziende, e loro soffrono. Così anche noi, solo l’imballaggio oggi ci costa almeno il 30-40% in più. Il produttore, che ha un costo maggiore, non guadagna certo di più, l’introito diminuisce, ma come reagisci sbagli. Io penso che ancora uno-due anni così e ci sarà da “levarci mano”, e parlo di un’azienda fino a ieri in attivo, senza problemi, nonostante l’indotto e la piattaforma della gdo che serviamo».

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