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Economia

Il gas russo e i giacimenti siciliani, così l'Italia insegue l'indipendenza energetica

Il fabbisogno del paese è di 76 miliardi di metri cubi, oltre un terzo dei quali arrivano da Putin. Draghi ha dato l'ok al potenziamento delle energie alternative ma la burocrazia è un freno 

Di Michele Guccione

Per generare elettricità e alimentare cucine e impianti di riscaldamento, oggi l’Italia “brucia” 76,1 miliardi di Smetri cubi di gas all’anno, e di questi la metà arriva dalla Russia.

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Sia per ridurre il caro-bollette, sia per essere preparati in caso di riduzione della fornitura come ritorsione di Mosca, il premier Mario Draghi ha annunciato in Parlamento di volere incentivare l’installazione di impianti da fonti rinnovabili, aumentare fino a 5,5 miliardi di Smetri cubi la produzione nazionale di gas oggi ridotta al lumicino (3,3 miliardi di Smetri cubi) attingendo soprattutto ai giacimenti dello Stretto di Sicilia, e intensificare le forniture dai gasdotti meridionali Tap (Azerbaijan), TransMed (Algeria e Tunisia) e GreenStream (Libia).  Lo stesso Draghi ha, però, ammesso che in Italia è la burocrazia a bloccare tutto nel settore dell’energia.

 

 

In questi giorni Elettricità futura, l’associazione che riunisce i principali player nazionali del settore, ha spiegato al premier che se si approvasse entro giugno appena un quarto delle autorizzazioni richieste, in tre anni verrebbero installati 60 GW di impianti da fonti rinnovabili, tagliando così di ben 20 miliardi di Smetri cubi il fabbisogno annuo di gas del Paese. Il nodo delle autorizzazioni, ha chiarito l’associazione, è rappresentato dalla burocrazia che, a fronte di un anno di tempo massimo previsto dalla legge, quando non nega l’autorizzazione la rilascia di media in sette anni, che, aggiungiamo noi, diventano almeno dieci anni in Sicilia, tra Comitato tecnico e burocrazia degli assessorati Energia e Territorio. Quindi, se il governo vuole in tempi rapidi aumentare la produzione nazionale di gas, deve per forza ricorrere a deroghe straordinarie o, addirittura, nel caso della Sicilia, a commissariamenti.

Perché la Sicilia, a causa dell’autonomia statutaria, fa caso a sé. Qui le interpretazioni arbitrarie, la indisponibilità ad assumersi responsabilità, l’opposizione degli ambientalisti e i ricorsi si aggiungono ad un “unicum giuridico” nazionale: solo nell’Isola si applica un regio decreto che per allacciare alla rete anche un solo metro di cavo elettrico impone il rilascio di 27 autorizzazioni. E per eliminare questa anomalia siciliana non sono bastati due decreti “Semplificazioni” e l’iter semplificato previsto dal “Pnrr”. C’è un disegno di legge presentato all’Ars dal deputato Giorgio Assenza che fa la spola da una commissione all’altra.

 

 

«Il progetto di fare della Sicilia un hub energetico del Mediterraneo è destinato a restare solo un sogno - dichiara Luigi Rizzolo, vicepresidente di Sicindustria e coordinatore del Comitato energia - nonostante sia previsto dal Pniec nazionale, dal Pears regionale e dal Piano investimenti di Terna. Ciò perché a livello di vertice politico c’è la consapevolezza del ruolo centrale e strategico della Sicilia nel sistema energetico nazionale e ci sono anche i progetti, ma poi tutto viene fermato dalla burocrazia».

La storia fornisce un esempio calzante, raccontato da Rizzolo: «Nel 2008, in occasione della prima guerra in Ucraina, temendo conseguenze nella fornitura di gas dalla Russia, l’Italia si pose lo stesso problema di oggi di diversificare gli approvvigionamenti (ancora non c’era il Tap) e pensò ad un piano di rigassificatori, quegli impianti che ricevono via nave gas liquido congelato e lo riportano allo stato gassoso. Era stato pensato - in aggiunta all’unico impianto esistente, quello galleggiante di Livorno - , un sistema di 14 rigassificatori sparsi lungo la costa della penisola, che dovevano servire a mantenere piene le riserve in caso di emergenza.  Ebbene, in 14 anni ne sono stati autorizzati soltanto due, a La Spezia e nei pressi di Venezia. Frattanto la Spagna ne ha costruiti 6 e riceve gas da 14 Paesi diversi». In Sicilia ne erano previsti due, a Porto Empedocle proposto dall’Enel e a Priolo proposto da Erg e Shell. Ora il Tar ha respinto il ricorso del Comune di Agrigento e finalmente l’Enel ha il via libera a Porto Empedocle. La situazione, con queste basi, non cambierà per il progetto del governo di aumentare la produzione nazionale di gas. Sarà più facile aumentare l’importazione dall’Algeria, dove la compagnia statale Sonatrach è legata da un contratto di fornitura recentemente rinnovato con l’Eni e che gestisce anche l’impianto ex Esso nell’area del petrolchimico di Priolo. Sonatrach dispone di riserve per 130 miliardi e potrebbe destinarne all’Italia almeno 10 in aggiunta ai 21 che arrivano a Mazara del Vallo, già aumentati dai 12 miliardi forniti nel 2020. La Libia ha ridotto la fornitura a Gela da 4,4 a 3,2 miliardi e potrebbe salire a 10 miliardi.

 

 

Diversamente, considerato che non si intende fare nuove trivellazioni perchè il M5S (maggioranza in Parlamento) si oppone, la possibilità di aumentare l’estrazione di gas dai giacimenti esistenti è destinata a scontrarsi con la stessa burocrazia che blocca rinnovabili e rigassificatori. L’Italia conta su riserve certe sotterranee di gas per 90 miliardi di Smetri cubi di gas su 350 stimati; 34 miliardi potrebbero essere estratti dai 1.298 pozzi, dei quali solo 514 sono utilizzati e 752 sono attivi solo sulla carta. In atto dei 3,3 miliardi estratti, dal sottosuolo della Sicilia arrivano quasi 150 milioni di Smetri cubi, dalla zona di Gagliano Castelferrato, dal Ragusano e dal Trapanese.

A Gagliano i sindacati stimano che, se ci fossero le autorizzazioni, si potrebbero estrarre 100 milioni di Smetri cubi. Il grosso delle riserve, però, è sotto il mare, ed è per questo che Draghi punta molto sullo Stretto di Sicilia. Ma, a sorpresa, il Pitesai, il Piano delle aree idonee all’estrazione approvato a dicembre dal ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha escluso la possibilità di sfruttare il giacimento “Vega B” davanti alle coste di Ragusa. Restano solo i residui del vecchio “Vega A” in esaurimento. Ci sono poi i due nuovi giacimenti dell’Eni, “Argo” e “Cassiopea”, che dovrebbero entrare in produzione nel 2024, ma anche questi sono insidiati dalla burocrazia: ne è stata autorizzata solo una minima parte e anche questa è minacciata dall’imminente istituzione di aree marine protette. E non c’è traccia sui tavoli istituzionali dell’enorme giacimento che si trova al largo delle Egadi, questo sì previsto dal Pitesai. Insomma, per Draghi sarà una navigazione controvento. 

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