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Economia

Il Pnrr è ancora valido? Cottarelli: «Sì, regge ancora ma la Sicilia ne approfitti»

Il direttore dell’osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica afferma inoltre: «La struttura del piano resta valida, il nodo semmai è il debito. Poteri sostitutivi contro inerzie e incapacità locali»

Di Stelio Zaccaria

In questi giorni il Pnrr è stato oggetto di riflessione da parte della politica e degli economisti. In effetti è stato ideato considerando gli scenari definiti dai cambiamenti climatici e dalla necessità di accompagnare una ripresa dell’economia a seguito della crisi pandemica. Ma alla luce della situazione geopolitica attuale, è ancora valido? Lo abbiamo chiesto al prof. Carlo Cottarelli, attualmente direttore dell’osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica, con un passato da direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale, commissario straordinario per la Revisione della Spesa Pubblica e anche da presidente del Consiglio Incaricato.

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«Io non credo che il Governo stia considerando un sostanziale ripensamento del Pnrr. Penso che nella sua struttura fondamentale il Pnrr sia ancora valido. Semmai c’è una questione relativa al costo delle infrastrutture e lì bisognerà pensarci. Se l’inflazione e le spese dell’importazione sono più alte, occorreranno più risorse. Possono venire dal bilancio interno se non vengono dall’Unione Europea. Ma questo è un programma di lungo termine volto a fare investimenti per accrescere il potenziale dell’economia italiana e non vedo la necessità di fare enormi cambiamenti».

Lei ha recentemente affermato che la via del governo è piuttosto stretta non avendo molte possibilità di manovra. Ci sono problemi di bilancio a causa dei recenti eventi e c’erano delle risorse destinate a interventi prestabiliti. 
«È chiaro che questo aumento del prezzo dell’energia comporta che lo Stato debba dare, dovrebbe dare a famiglie e imprese un aiuto a superare questa fase e questo richiede più risorse. Fino a questo momento le risorse sono venute dalla migliore performance economica legata alle maggiori entrate. In questo momento c’è stata la necessità di trovare delle coperture. Guardando in avanti, il nostro debito è alto quindi gli spazi sono limitati. Per questo Draghi ha detto che sarebbe meglio avere un piano a livello europeo, finanziato con deficit comune perché il nostro deficit abbiamo qualche difficoltà a finanziarcelo da soli. Ma il Pnrr non c’entra».

Abbiamo anche un’inflazione imprevista e certamente superiore a quella che abbiamo avuto in passato. La Banca Centrale Europea ha annunciato di volere uscire dal piano di acquisto dei Titoli di Stato. Questo potrebbe determinare un ulteriore aumento dell’inflazione?
«Questa uscita vuole dire una maggiore difficoltà a finanziare il nostro deficit pubblico. Questa manovra dovrebbe avere, in principio, l’effetto di ridurre l’inflazione. Però è stata una revisione molto modesta quindi… I tassi d’interesse della Bce sono invariati, al netto dell’inflazione, questi tassi d’interessi restano molto negativi e quindi la politica monetaria risulta ancora espansiva».

E quindi?
«Sarà difficile avere una forte riduzione dell’inflazione. Naturalmente può aiutare se, ad esempio la guerra in Ucraina s’interrompesse presto, questo potrebbe portare a una riduzione del prezzo delle materie prime e questo dovrebbe aiutare».

Materie prime in generale o quelle importate da questi Paesi in guerra?
«Quelli coinvolti nel confitto. Quindi sto parlando soprattutto di energia e di cereali. Però potrebbe esserci anche un effetto psicologico che rallenta un po’ tutti. Se aumenta l’ottimismo, aumenta la produzione e aumentano gli investimenti».

Tornando al Pnrr, uno degli obiettivi che persegue è la coesione territoriale. In questi mesi emerge nel dibattito pubblico una seria preoccupazione della inadeguatezza degli enti locali meridionali a cogliere le opportunità progettuali. Lei ha scritto dei 31 progetti presentati dalla Regione Sicilia che sono stati bocciati. Quali interventi ritiene necessari per superare queste difficoltà?
«Bisognerebbe che il centro fornisse assistenza tecnica ai programmi locali. Ma c’è anche un possibile problema d’inerzia. Potrebbe cioè non essere mancanza di capacità ma proprio mancanza di volontà e a questo punto l’unica cosa che potrebbe servire sono i poteri sostitutivi, che sono previsti comunque dal Pnrr nel caso in cui gli enti locali non si muovono. Naturalmente questa sarebbe un’azione molto divisiva. La cosa migliore sarebbe proprio sperare che ci fosse non solo la capacità, ma anche la volontà di fare le cose».

Con la riforma del Titolo V della Costituzione sono state redistribuite le competenze fra le regioni italiane. Ma in questi vent’anni il divario fra Nord e Sud è aumentato, a dimostrazione che non tutti hanno saputo e non sanno cogliere le opportunità che arrivano per migliorare il proprio territorio. Non ritiene che sia il caso di attenzionare questa situazione?
«Nel Pnrr i poteri sostitutivi già esistono. Estenderli ad altre cose diventa un poco incoerente con l’idea di decentralizzare questo aiuto. Però in qualche modo ci sono già questi poteri sostitutivi. Nel campo della sanità, ad esempio, l’autorità locale può essere commissariata. Quindi ci sono già interventi di questo genere».

La Sicilia ad oggi non ha ancora una rete stradale e ferroviaria adeguata. Cosa bisogna fare per migliorare questo gap infrastrutturale?
«Il Pnrr prevede già forti investimenti al Sud e in Sicilia, compreso nella mobilità, nelle rete ferroviaria. La soluzione, appunto, dovrebbe essere l’attuazione del Pnrr». 

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