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Economia

La crisi del grano, ecco perchè la Sicilia non puo' più essere il granaio d'Europa

A causa della guerra Russia-Ucraina, il prezzo del prezioso cereale è schizzato. Nietta Bruno prova a spiegare cosa ha determinato, nel tempo, l'impoverimento delle produzioni nell'Isola

Di Redazione

E' tema di grandi dibattiti, specie in un periodo come questo in cui la guerra Russia-Ucraina sta mettendo in crisi l'approvigionamento, da parte dei Paesi importatori, di quel prezioso cereale che è il grano. E di conseguenza anche il prezzo delle farine è schizzato provocando a catena aumenti su beni di prima necessità, come pane e pasta. Oggi più che mai sarebbe importante, quasi necessario, avere in Italia una produzione indipendente ma a quanto pare non è così semplice.

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Secondo l'ultimo indice della Fao, i listini dei cereali sono aumentati del 2,2% rispetto al mese precedente, guidati dal grano con +5,6% rispetto ad aprile e +56,2% rispetto al valore corrispondente dell’anno precedente. I prezzi internazionali del grano, in media solo dell’11% al di sotto del record raggiunto nel marzo 2008, sono aumentati in risposta a un divieto di esportazione dell’India e alle preoccupazioni per le condizioni dei raccolti in diversi principali paesi esportatori, nonché per le ridotte prospettive di produzione in Ucraina a causa della guerra. 

 

 

 

Nei giorni scorsi, nel corso di un incontro organizzato a Catania da Carlo Zimbone, presidente dell’Associazione Ex alunni del Leonardo Da Vinci, moderato e fortemente stimolato da Domenico Ciancio Sanfilippo, si è discusso proprio di questo argomento, con particolare riferimento alla Sicilia, con tre relatori: Gerardo Diana, Corrado Vigo e Nietta Bruno.

Un incontro che è partito da un interrogativo cruciale: «La Sicilia tornerà ad essere il granaio, e non solo, d’Europa?». La risposta è no, come spiega Nietta Bruno, imprenditrice agricola, vicepresidente dell’associazione culturale “Gusto di campagna”

«La Sicilia nel breve e medio periodo non potrà riappropriarsi dello storico primato di “granaio di Roma”, né assurgere a un più contemporaneo primato europeo, né divenire una delle fonti primarie di approvvigionamento con le altre sue produzioni agricole. Non lo consentiranno i 700mila ettari di seminativi abbandonati nei decenni precedenti, le irresponsabili politiche comunitarie, l’aggravamento delle procedure burocratiche, le lotte tra regioni concorrenti, l’incancrenita incomunicabilità tra il mondo degli imprenditori agricoli e i loro rappresentanti istituzionali e soprattutto, a monte, lo stravolgimento della cultura contadina. In particolare, riferendoci al fragilissimo settore della cerealicoltura, è utile riportare alla memoria il regime agronomico del “set-aside”, introdotto dall’Unione Europea nel 1988, che premiava con contributi economici fino a 20 anni i proprietari dei fondi purché rinunciassero alle loro produzioni, un Regolamento comunitario abolito con tardivo ripensamento nel 2008 quando il danno socio-culturale da esso derivante aveva già manifestato i suoi effetti.

A seguire, nel novembre del 1991, cinquanta Paesi europei sottoscrissero un patto scellerato che scoraggiò l’utilizzo delle varietà autoctone del nostro frumento a causa di un eccesso di controlli, di analisi e di documentazioni da produrre per ottenerne il riconoscimento. Solo nel 2018 il Mipaaf (ministero per le Politiche agricole, alimentari e forestali), sollecitato soprattutto dall’appassionata tenacia degli agricoltori siciliani, ha consentito l’iscrizione delle nostre 52 popolazioni di grani antichi nel “registro nazionale delle varietà da conservazione di specie agrarie e ortive”.

I grani antichi siciliani, grazie all’intensa attività di associazioni di imprenditori agricoli come “Simenza”, ideata dal suo presidente, Giuseppe Li Rosi, hanno ritrovato la dignità perduta e il dovuto riconoscimento legato alla salubrità del loro processo produttivo. Grandi speranze vengono riposte nel diffuso riutilizzo dei grani antichi e nella sperimentazione in Sicilia del “grano evolutivo”: miscuglio di tantissime popolazioni di semi in grado di resistere alla proliferazione di micotossine cancerogene, all’assalto di insetti infestanti e ai mutamenti climatici. Già nel 1938, in uno studio condotto dai ricercatori della California University, emerse l’idea di seminare più varietà e circa settant’anni dopo il genetista agrario Salvatore Ceccarelli ne avviò la sperimentazione in più paesi del Medio Oriente e in Italia.

Il quadro scoraggiante offerto dalla coltura dei cereali viene ampiamente riequilibrato dal crescente successo in altri settori agricoli quali la viticoltura, l’agrumicoltura, l’olivicoltura, l’orticoltura etc...Attualmente i riflettori internazionali vengono puntati sulla crisi del grano, varrebbe la pena di interrogarsi sui tempi e sulle cause di tale crisi nel nostro Paese: la guerra in Ucraina, i mutamenti climatici, il rincaro dei fertilizzanti, dei carburanti e delle materie prime stanno agendo solamente come moltiplicatori di un’involuzione già in atto da anni! Se in Sicilia di 46 pastifici di qualità ne sono sopravvissuti solo 6, vuol dire che il processo di rinuncia al grano era già compiuto. Attualmente il fabbisogno italiano annuo di grano duro ammonta a circa 7 milioni di tonnellate, se ne producono soltanto 4 milioni e la restante parte viene colmata dalle importazioni. L’Italia potrebbe farcela da sola? Applicando alcuni indispensabili correttivi ai regolamenti della Cee e ponendo una maggiore attenzione ai costi e ai profitti dei produttori agricoli il miracolo potrebbe avvenire e la nostra isola farebbe di certo la sua parte.

Ma in quanto tempo? Incalcolabili i tempi di un’effettiva rinascita, se in pochi anni venne spazzato via un mondo immutato nei secoli insieme con le sue tradizioni, le consuetudini, i riti stagionali, le credenze religiose, le conoscenze agricole e le abilità artigianali c’è da augurarsi che la multifunzionalità, il rinnovato contatto con la terra, le conoscenze tecniche acquisite e il valore culturale intrinseco dei prodotti agricoli nel rispetto della biodiversità ci restituiscano in fretta quel “Gusto di campagna” che ha spinto ad associarsi molti imprenditori siciliani».

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