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Economia

Mps, il fallimento della trattativa tra Unicredit e Tesoro: cosa succede ora

Diversi i nodi che le diplomazie a lavoro per mesi non sarebbero riusciti a sciogliere. Uno su tutti l’entità del capitale da iniettare nel Monte da parte dello Stato

Di Fabio Perego

Governo e Unicredit a un passo dalla rottura su Mps, scrive sul suo sito l’agenzia Reuters. Sarebbero falliti gli sforzi per un accordo sul piano di ricapitalizzazione da  oltre 7 miliardi. Una richiesta che il governo non intende soddisfare perché renderebbe l’accordo «troppo punitivo» per i contribuenti. Impossibile l’intesa sulle condizioni fissate a luglio. Se salta il negoziato, una grana in più per Draghi dovrà decidere la prossima mossa. Plaudono allo stop Lega e Cinque Stelle. 

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Secondo Reuters la trattativa sarebbe in procinto di saltare per le distanze tra le parti che non si sarebbero appianate. 

Diversi i nodi che le diplomazie a lavoro per mesi non sarebbero riusciti a sciogliere. Uno su tutti l’entità del capitale da iniettare nel Monte per rendere più facile l'operazione con Unicredit. Più di 7 miliardi la richiesta di Orcel, meno per il Mef che ne avrebbe calcolati - secondo le indiscrezioni - 5 e non sarebbe disponibile a pesare ulteriormente sulle tasche dei contribuenti. A questo si sarebbero aggiunte una diversa visione sul perimetro da acquisire, con il factoring e il leasing del Monte inseriti nuovamente nella trattativa. 

Questo avrebbe ulteriormente complicato i colloqui. Da qui la consapevolezza che le pre-condizioni di fine luglio non sarebbero raggiungibili. D’altro canto le richieste messe sul tavolo da Unicredit sono state chiare fin dall’inizio e pochi fin da subito i margini concessi. Condizione essenziale è l'impatto zero sul capitale, ma anche nessun rischio legale, senza npl (da cedere ad Amco), senza le società prodotto (Mps leasing & Factoring, Mps fiduciaria, Mps Capital services) e senza 300 sportelli con le ipotesi di interesse, su una parte, del Mediocredito Centrale. Altro nodo gli esuberi: 6-7 mila persone, secondo gli analisti con un costo stimato fino a 1,4 miliardi da spesare a fronte dell’aumento. 

Anche da parte del Tesoro però c'è stata chiarezza. Il ministro dell’Economia Daniele Franco ad agosto in audizione alle Commissioni Finanze di Camera e Senato ha sottolineato che il Monte non sarebbe stato svenduto né smembrato e che avrebbe fatto tutto il possibile per salvaguardare l’occupazione e il territorio. Insomma anche da parte del Governo ci sono delle condizioni irrinunciabili tanto che lo stesso Franco in Parlamento ha aggiunto: «Auspico che si chiuda e lo auspico fortemente, e credo ci siano margini per le soluzioni ma non chiuderemo a qualsiasi costo, né noi né Unicredit». 

 

 

Da registrare la posizione sulla vicenda del segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni che avverte che «comunque vada» non saranno accettati tentativi «di macelleria sociale» sul personale. «Vedremo pure - aggiunge - se tutto questo bailamme è solo una prova di forza tra gli attori della partita e di questo negoziato» . 

Venendo meno la fusione, per Mps, che resta l’osservato speciale del credito italiano, rimane l’alternativa standalone. La banca ha pianificato un aumento da 2,5 miliardi che prevede di chiudere entro aprile dell’anno prossimo, secondo quanto Rocca Salimbeni ha scritto alla Bce, che ha chiesto, con una lettera lo scorso 11 giugno, di indicare come intendesse evitare la generazione dello shortfall. Deficit di capitale vero "tallone d’Achille" per Siena e che l’istituto nei conti diffusi ad agosto ha indicato in ulteriore riduzione di mezzo miliardo al 30 giugno 2022. In questo quadro c'è da dire che la ricapitalizzazione, su cui pende la spada di Damocle dell’autorizzazione Dg Comp, ha sempre però rappresentato un’opzione subordinata rispetto alla fusione. Una matassa difficile da sbrogliare a meno che il Tesoro non abbia pronta un’altra opzione. 

Per Unicredit, la strada è diversa. Orcel è stato chiamato per risollevare il business del gruppo e le M&A sono una possibilità perché possono essere un acceleratore ma non sono l'unica strada. Certo eventuali prede non mancano tanto all’estero quanto in Italia. Nei mesi scorsi all’ipotesi Mps, si è accompagnata anche quella sul Banco Bpm, visto sempre in pista per essere l’architrave di un terzo polo. Unicredit in settimana licenzierà i conti del trimestre (gli analisti vedono un utile netto di 838 milioni di euro) e tra novembre e dicembre  è atteso il nuovo piano.

 

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