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Economia

Ok dei Paesi Ue sul salario minimo e arrivano norme anche sui rider

Il primo passo della rivoluzione sociale dell’Europa post-pandemia è compiuto con un porovvedimento sulle paghe

Di Valentina Brini

Il primo passo della rivoluzione sociale dell’Europa post-pandemia è compiuto. E prende il nome di salario minimo. Era dicembre 2020 quando il commissario europeo per il Lavoro, Nicolas Schmit, prometteva un’azione decisa di Bruxelles contro il precariato e a favore di condizioni di lavoro dignitose, con interventi che avrebbero favorito anche il Mezzogiorno. Un anno più tardi, i negoziati tra le istituzioni comunitarie per l’introduzione del salario minimo possono ufficialmente prendere il via.

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Una notizia che il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, saluta come «buona» per entrambe: l’Europa e l’Italia, unico Paese in Ue che negli ultimi trent'anni non ha visto i suoi salari aumentare. E dove la struttura delle paghe, nella maggior parte dei casi, è poco trasparente, con un proliferare sempre più marcato di contratti pirata e una contrattazione collettiva che fatica a funzionare come dovrebbe. 

Superando gli ultimi malumori dei Paesi scandinavi, gli Stati membri hanno raggiunto l’intesa per avviare le trattative con il Parlamento Ue con l’auspicio di arrivare a un via libera definitiva al salario minimo già nella prima metà del 2022, quando la Francia sarà al timone della presidenza di turno della Ue. Nei suoi postulati, ha osservato Orlando, il compromesso sul tavolo dà «una risposta forte al dumping salariale e alla presenza di molti lavoratori poveri», due fenomeni che «si intrecciano» e «caratterizzano il mercato del lavoro" continentale e italiano.

E la risposta convenuta dai ministri passa dal rafforzamento della contrattazione collettiva. Un punto che nei mesi scorsi ha creato non poche preoccupazioni ai Paesi del Nord come Danimarca e Svezia, interessati a preservare a tutti i costi l’autonomia delle parti sociali e il loro modello del mercato del lavoro, dove le ingerenze statali sono pressoché nulle. L’equilibrio raggiunto è molto sensibile e dovrà ora superare la prova del confronto con il Parlamento europeo. Ma ciò di cui tutti dovrebbero essere «pienamente soddisfatti» è il principio messo una volta per tutte nero su bianco che «non è accettabile che il lavoro condanni a una condizione di povertà», ha scandito Orlando. 

Il dogma dovrà valere anche per i rider e, più in generale, il drappello di lavoratori della platform economy, da Uber a Deliveroo. Spesso invisibili per diritti e banche dati Inps. Ma che, anche dopo il loro proliferare durante i tempi del lockdown, non possono più essere ignorati. Nei prossimi giorni la Commissione europea disporrà un pacchetto di interventi dedicati alla loro tutela, riconoscendoli una volta per tutte come lavoratori subordinati e non collaboratori autonomi "usa e getta". Un percorso che l’Italia è pronta ad accogliere e integrare con strumenti nazionali. E che anche il mondo sindacale considera «importante», con il monito lanciato dalla Uiltrasporti a non abbassare la guardia, perché «il lavoro da fare è ancora molto per assicurare regole chiare e vincolanti per tutti affinché venga scongiurata ogni forma di sfruttamento». Per Orlando la direzione è quella giusta: «verso la costruzione di una Unione socialmente forte, equa e inclusiva».
 

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