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Economia

Petrolchimico di Siracusa, no ad un'altra Ilva: ecco il piano della Regione per salvare 7.500 posti di lavoro

Il dossier per il Mise sul riconoscimento  di un’Area di crisi industriale complessa. «Alle aziende fondi pubblici di sostegno, 3 miliardi  da investire sulla transizione» 

Di Mario Barresi

Qui non è Taranto. Non vuole esserlo, né diventarlo. Il Petrolchimico di Siracusa, aggrovigliato fra crisi “glocal” e lusinghe della transizione ecologica, prova a resistere. Esorcizza l’effetto-Ilva, per mantenere mezzo punto di Pil siciliano (valore aggiunto di 694 milioni e fatturato di 450 milioni) e salvare 7.500 posti di lavoro. E ora la Regione, dopo una concertazione - lunga e non scontata - con Confindustria Siracusa, ha uno strumento che può convincere le multinazionali a non spostare gli stabilimenti nel  “risiko” globalizzato. 

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Il nome, per i non addetti ai lavori, è astruso: «Area di crisi industriale complessa». II riconoscimento spetta al ministero dello Sviluppo economico su richiesta della Regione. E ciò, come si legge nel dossier presentato oggi a Siracusa dalla Regione siciliana, consente «l’attivazione di risorse finanziare pubbliche dedicate, necessarie ad abbattere i costi di investimento delle imprese». In particolare: risorse della legge 181/89, Contratti di sviluppo, Accordi di innovazione e Fondo di Transizione industriale, oltre a due plafond dedicati (Crescita sostenibile e Innovazione tecnologica) di Cassa Depositi e Prestiti. Ma anche, segnala il documento dell’assessorato alle Attività produttive, altri finanziamenti Ue come Horizon Europe, i fondi Bei e del Pnrr. 

Ora, è vero che le scelte industriali sono per definizione private, ed è pure giusto che le istituzioni non siano sotto scopa da parte di colossi che minacciano la smobilitazione. In effetti lo studio della Regione elenca i «molteplici elementi» che «stanno conducendo l’area in una crisi generalizzata», fra cui «l’elevato costo delle materie prime, che risulta superiore a quello che le imprese in altre aree geografiche devono sostenere»; ma «non sono da sottovalutare inoltre, il costo dell’energia (nove volte superiore a quello del Medio Oriente)», visto che «in Sicilia vi è un prezzo più elevato rispetto ad altre aree geografiche»,  ma anche «il costo del lavoro, (due volte superiore a quello del Medio Oriente) che è anche più elevato rispetto a quello che sostengono le altre imprese».

Eppure a rendere «non competitivo» questo sistema produttivo è oggi soprattutto il prezzo dell’anidride carbonica. Perché le imprese che operano dentro l’Ue «sono costrette a pagare in base alla quantità di Co2 emessa durante i processi produttivi», un costo variabile in base al prezzo della stessa anidride carbonica, schizzato dai 26 euro/tonnellata del 2019 agli attuali 60. E lo scenario è chiaro. «Al di fuori dell’Ue, le imprese non devono sostenere tali costi, il che sta rendendo sempre meno competitive le aziende del settore e in particolare quelle che operano nel Polo industriale di Siracusa; ne deriva la necessità di avviare e sostenere un vero e proprio processo di transizione ecologica».

Ma, alla base della strategia che l’assessore Mimmo Turano ha condiviso col governatore Nello Musumeci, ci sono un paio di ragionamenti di buon senso, prima ancora che di realpolitik. Il primo riguarda cosa si rischia di perdere.  In un contesto di «forte interconessione fra tutte le aziende presenti», la mancanza del supporto pubblico «potrebbe determinare  la chiusura anche di una sola unità produttiva del Polo mettendo a rischio l’intero  sistema produttivo di Siracusa». Gli effetti «diretti e indiretti» avrebbero «ripercussioni devastanti sui  livelli di occupazione, sul sistema di approvvigionamento e sul sistema  produttivo». La minore produzione porterebbe «nel giro di pochissimo tempo ad  una forte contrazione della domanda aggregata di consumo e di investimenti,  con un impatto negativo stimabile intorno al - 0,5% del Pil regionale e con  ripercussioni laceranti sul tessuto sociale dell’intera area dovute al forte  incremento del tasso di disoccupazione».

 

 

Il secondo ragionamento è altrettanto importante. Nel dossier c’è il dettaglio dei progetti delle imprese «con investimenti complessivi superiori ai 3 miliardi di euro». E, sottolinea la Regione, «tutti gli interventi hanno  come obiettivo quello di avviare un processo di decarbonizzazione  produttiva affiancato da un miglioramento dell’efficienza energetica mediante  la sostituzione progressiva delle fonti fossili con materie prime rinnovabili o  circolari a minor impatto ambientale».

Dunque quello che la Regione chiederà al Mise è un via libera per uno strumento utile a coprire in parte gli investimenti delle aziende del Petrolchimico, ma anche per raggiungere un «obiettivo comune». E cioè «superare questa situazione di crisi annunciata», anche con «quei finanziamenti nazionali utili ad intercettare l’attuale processo di transizione ecologica». Il tutto per «favorire la riconversione del Polo», per «promuovere un sistema energetico integrato» e per «favorire lo sviluppo di nuovi investimenti per il miglioramento energetico e produttivo».

Salvare sviluppo e lavoro, migliorando l’impatto sull’ambiente. In teoria è talmente semplice che una domanda sorge spontanea: perché non s’è fatto prima? La risposta, che attiene alla pratica, è tutta un’altra storia da raccontare.

Twitter: @MarioBarresi   

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