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Quei 62 miliardi di Next Generationi Ue che il Sud d’Italia non avrà più

Di Olindo Terrana* |

La definizione e l’approvazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNR) e la successiva trasmissione alla Commissione Europea se, per un verso, depone favorevolmente verso l’operatività del Governo Draghi, per altro verso, nello scenario programmatico delineato nel PNRR e nella distribuzione delle risorse finanziare declinate fra le 6 Mission e le 16 Componenti, apre perplessità e critiche rilevanti.

Tra queste la più incisiva è certamente quella rivolta all’attribuzione complessiva delle risorse per il Sud d’Italia pari al 40% dell’intero PNRR (209 miliardi di euro) e cioè circa 83,60 miliardi di euro a fronte del 34% previsto dalla legge per gli investimenti ordinari. Apparentemente una maggiore dotazione del 6%, uno stanziamento considerevole al quale, peraltro, andrebbero aggiunti, per ammissione del ministro Carfagna in un’intervista a Repubblica, le ulteriori risorse finanziarie derivanti da “altri 8,4 dal React-Eu; 54 di fondi strutturali 2021-2027; più 58 del Fondo per lo sviluppo. Oltre 200 miliardi su cui gettare le basi della riunificazione socio-economica del Paese, che in Cdm ho paragonato a quella della Germania negli anni ‘90. Il dramma Covid può farci abbattere il muro invisibile che divide le due Italie” sulle quali, nei confronti del Sud, pesano i persistenti pregiudizi negativi sugli sprechi, sui rischi della diffusa presenza delle mafie, sull’incapacità di spesa e scarso funzionamento degli apparati burocratici regionali e degli enti locali.

Tutto ciò a fronte, per ammissione dello stesso Draghi, di un Sud che rispetto al Nord dell’Italia, registra un persistente divario nel PIL pro capite, rimasto sostanzialmente inalterato, ma anche da una più bassa produttività, qualità e quantità del capitale umano, delle infrastrutture e dei servizi offerti dalla Pubblica Amministrazione, tanto che tra il 2008 e il 2018, la spesa pubblica per investimenti nel Mezzogiorno si è più che dimezzata ed è passata da 21 a poco più di 10 miliardi. Infatti, sempre secondo Draghi, “Dalla persistenza dei divari territoriali derivano scarse opportunità lavorative e la crescita dell’emigrazione, in particolare giovanile e qualificata, verso le aree più ricche del Paese e verso l’estero” che generano ulteriore impoverimento del capitale umano residente al Sud e riduzione delle possibilità di sviluppo autonomo dello stesso, considerato, tutt’oggi, “l’area più arretrata, più estesa e popolosa dell’area euro”.

Ma gli 83,60 miliardi di euro che il PNRR destina al Sud d’Italia sono effettivamente quelli che la normativa comunitaria aveva previsto? O è stato perpetrato, ancora una volta, nei confronti del Sud d’Italia uno “scippo” che ormai viene consumato, come sostenuto da molti studiosi, fin dall’inizio dell’unità d’Italia?

Per rispondere a tale interrogativo bisogna ricorrere al Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), risalente al Trattato sulla Fondazione della Comunità Economica Europea (CEE), più volte modificato fino al Trattato di Lisbona (13/12/2007) ratificato dall’Italia con L. 2/8/2008 n. 130 e che assieme al Trattato sull’Unione Europea (TUE) costituiscono le basi fondamentali del diritto primario nel sistema politico dell’UE poiché hanno pari valore giuridico tanto da essere definiti, nel loro insieme, come “I Trattati”.

Nello specifico il TFUE, come esplicitato al I° comma dell’art. 1 “organizza il funzionamento dell’Unione e determina i settori, la delimitazione e le modalità d’esercizio delle sue competenze.” Pertanto, costituisce la base giuridica su cui si fonda il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza di cui al Regolamento (UE) 2021/241. E’, infatti, nel combinato disposto degli artt. 174 e 175 del TFUE (Titolo XVIII – Coesione economica, sociale e territoriale) che viene sancito per l’UE l’obbligo di sviluppare e perseguire “la propria azione intesa a realizzare il rafforzamento della sua coesione economica, sociale e territoriale” (Comma I° art. 174), mirando a “ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni ed il ritardo delle regioni meno favorite” (Comma II art. 174).

Per quanto riguarda il Contributo finanziario massimo interviene, invece, l’art. 11 comma 1 a) e B) del suddetto Regolamento (UE) 2021/241 dove viene stabilito: “Per ciascuno Stato membro il contributo finanziario massimo è calcolato come segue: a) per il 70% dell’importo di cui all’articolo 6, paragrafo 1, lettera a), convertito in prezzi correnti, sulla base della popolazione, dell’inverso del PIL pro capite e del relativo tasso di disoccupazione di ciascuno Stato membro, secondo la metodologia riportata nell’allegato II; b) per il 30% dell’importo di cui all’articolo 6, paragrafo 1, lettera a), convertito in prezzi correnti, sulla base della popolazione, dell’inverso del PIL pro capite e, in pari proporzioni, della variazione del PIL reale nel 2020 e della variazione aggregata del PIL reale per il periodo 2020-2021, secondo la metodologia riportata nell’allegato III.”

In ragione di ciò, come calcolato nella “Ripartizione territoriale in Italia, secondo i parametri UE per macroaree, regioni e P.A.” elaborata dal “Movimento 24 Agosto – Equità territoriale” di Pino Aprile, alle regioni del Sud d’Italia il PNRR avrebbe dovuto assegnare non il 40% delle risorse, cioè 83,60 miliardi di euro, ma il 69,52% cioè 145,2968 miliardi di euro, con una differenza a sfavore del Sud d’Italia e a favore del Centro-Nord Italia di 61,5968 miliardi di euro.

In particolare, secondo tale ripartizione, alle regioni del Sud sarebbero dovuti spettare (in euro): Abruzzo 4.232.488.141,95; Basilicata 2.288.104.202,61; Calabria 16.813.135.644,29; Campania 43.698.717.676,97; Molise 1.404.382.506,99; Puglia 26.779.735.841,37; Sardegna 8.897.688.272,96; Sicilia 41.183.554.706,86.

Cifre decisamente ragguardevoli è, indubbiamente, più credibili per determinare la tanto attesa svolta decisiva a favore del Mezzogiorno sul quale, come sottolineato da Draghi e dalla Carfagna, in risposta alle proteste di sindaci e governatori regionali, pesa una lunga tradizione di debolezze strutturali e ataviche lentezze. Giudizi che però sembrano smentiti dai dati ufficiali sull’utilizzo dei fondi strutturali europei della Ragioneria Generale dello Stato, che attesta percentuali di spesa non eccessivamente differenti tra Sud e Nord d’Italia.

A spiegarlo è il senatore Saverio De Bonis il quale afferma “In Italia le risorse derivanti dai fondi europei SIE (FESR, FSE, FEASR e FEAMP) sono gestite attraverso 83 programmi operativi di cui 15 a titolarità delle amministrazioni centrali e 68 a titolarità delle amministrazioni regionali. Ora, i dati percentuali della Ragioneria mostrano addirittura un Sud più virtuoso: gli impegni delle ‘Regioni Meno sviluppate’, sono pari al 72,3%, risultando superiori a quelli delle ‘Regioni Più sviluppate’, pari al 70,6%. Al contrario, i pagamenti risultano un po’ più alti nelle ‘Regioni Più sviluppate’, pari al 53,0%, rispetto a quelli nelle ‘Regioni Meno sviluppate’, pari al 46,3%.

Insomma, per farla breve, è iniziato il solito confronto/scontro sulle cifre in uno scenario nel quale sembra ormai pressoché certo che il Sud non riavrà i poco meno di 62 miliardi di euro che avrebbero dovuto spettargli dalla corretta applicazione dell’art. 11 del Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza, ma riceverà in compenso la beffa che su tali risorse, assegnate al Centro-Nord d’Italia i nostri figli e, ancor più, i nostri nipoti pagheranno con assoluta certezza anche la parte di contributo di indebitamento.

*Architetto, PhD Pianificazione Urbana e Territoriale, già professore di Urbanistica e Politiche Territoriali c/o UNIPA, Project manager di programmi interterritoriali e transnazionali europei e transcontinentali.COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA

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