I recenti fatti di cronaca da Monreale a San Gregorio, le armi e la perdita del senso del limite
Non è facile dire quale argine efficace possa evitare che la deriva in atto si arresti. Ma intanto gioverebbe recuperare alcune virtù quotidiane come la buona educazione, la pacatezza, la tolleranza
Non sono cronache di morti annunciate quelle che ci provengono da Monreale e, ora, da San Gregorio di Catania. Raccontano di due tragedie ben diverse ma entrambe subitanee e inattese, ed entrambe marchiate col timbro barbaro dell’uso delle armi. È questo, il ricorso all’uso delle armi, il terribile e incomprensibile climax delle tragedie che abbiamo sotto gli occhi.
Non viviamo, non ancora almeno, in un Paese che consente a chicchessia di detenere o addirittura portare un’arma e la legislazione penale in materia è anche piuttosto severa. L’imprenditore di San Gregorio che ha provocato la morte del figlio aveva denunciato l’arma, sembra non fosse autorizzato a portarla.
Ma non si tratta propriamente di questo. La vera domanda è perché le armi - autorizzate o no - compaiano con frequenza allarmante sulla scena di qualsiasi conflitto, determinando progressioni irreversibili e inaccettabili di violenza.
Ed è una domanda cui non è facile rispondere.
Certo è che il problema nasce dall’interno, dal cuore della società. Non dall’esterno, da contesti già di per sé criminali, dove l’uso delle armi è persino scontato. Occorre forse guardare oltre e, obiettivamente, preoccuparsi.
Sebbene il bisogno di sicurezza sia, non a torto, fortemente avvertito di fronte alle mille insidie della realtà che viviamo, e sia anche talvolta configurato come un vero e proprio diritto, profondamente errato sarebbe cercare di appagarlo familiarizzando con gli strumenti della violenza. Da questa posizione non resterebbe che dichiarare la sconfitta della società civile. Non la sconfitta dello Stato, nel suo compito di tutelare la comunità, ma una sconfitta inaccettabile della comunità stessa e di ciascuno dei suoi componenti.
La conclusione non sarebbe solo inaccettabile ma addirittura fuorviante. Verrebbero ignorate altre tare e più profonde difficoltà in cui si dibatte oggi, senza bussola, la nostra identità di persone, tra perdita e confusione dei valori ma, soprattutto, grave diseducazione rispetto ai codici della socialità e della convivenza aperta e pacifica. Sulla dispersione dei valori occorre sorvolare: è tema troppo delicato per essere qui anche soltanto accennato. Sul resto invece bisogna soffermarsi e anzi insistere.
Il simbolo odioso delle armi richiama l’idea di una tracotanza ancestrale, quella di un uomo che - non foss’altro, ammettiamo, che per disperazione - ha perso il senso del limite, incapace di fermarsi di fronte ai tabù più essenziali alla conservazione della sua dignità.
Il credito che finisce per darsi alla manifestazione di effimera potenza simboleggiata dalla disponibilità delle armi si va affermando, per paradosso, in un tempo in cui l’affermazione dei diritti fondamentali della persona e della sua dignità ha raggiunto non solo teorizzazioni ma anche realizzazioni assai avanzate. Occorre non dimenticare che “tutto si regge”, che i fondamenti del rispetto e della libertà della persona restano lettera morta se non si accetta uno statuto che vede al primo posto il senso del limite. Non c’è buona causa che possa essere legittimamente e utilmente predicata, se non a partire da qui.
Non è facile dire quale argine efficace possa evitare che la deriva in atto si arresti. Certo, pesa una grave povertà educativa e allora cominceremmo a parlare ancora una volta della scuola, della famiglia e così via dicendo. Ma l’idea è piuttosto che - chiunque se ne debba occupare a maggior o minor titolo - gioverebbe recuperare o procurarsi per la prima volta un piccolo “breviario di civiltà” e leggerne qualche brano al giorno. Si scoprirebbe a poco a poco, quanto valgono, più che le declamazioni di “virtù eroiche”, le “piccole virtù”: virtù quotidiane, sicure e proficue, che i detrattori chiamano “virtù borghesi”. Tra tutte metterei ai primi posti la buona educazione, la pacatezza, la tolleranza.