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IL COMMENTO

Lo stupro della Villa Bellini e la risocializzazione in una visione laica

Le forzature dei media e quelle della politica. forzature dei media e della politica. L’attenzione sull’episodio catanese deve essere massima ma anche obiettiva

Di Tommaso Rafaraci |

Guardando all’episodio dello stupro avvenuto a Villa Bellini, si coglie una sostanza semplice e drammatica: un reato odioso, la violenza sessuale di gruppo, commesso nel suo contesto tipico, quello del “branco”. Dopo alcuni giorni dai fatti, grazie alle analisi e ai commenti più accorti, si sono in qualche modo neutralizzate le forzature collegate al dato della nazionalità egiziana dei presunti autori, arrivati e soggiornanti nel nostro Paese nella qualità di minori non accompagnati. Questa provenienza è stata esibita e rimarcata da chi ha inteso ottenere un effetto lato sensu “razzista” e anti-immigrati; è stata invece alquanto trascurata, mettendo in verità la sordina all’episodio, da chi, sul fronte opposto, ha inteso così stemperarne i riflessi negativi nella prospettiva pro-migranti.

Sono, in verità, forzature dei media e della politica. L’attenzione sull’episodio catanese deve essere massima ma anche obiettiva e improntata a una visione laica della grave questione della violenza e della violenza sulle donne in specie.

A queste condizioni non c’è proprio alcuna ragione per escludere che vi possa essere una specificità del rischio di devianza per il gran numero di minori non accompagnati che portano con sé vissuti traumatici, storie di disagio anche psicologico e di difficoltà di svariata natura. Si tratta nient’altro che di un capitolo del fenomeno della devianza giovanile a cui è per lo più da ascrivere un reato come la violenza sessuale di gruppo, in relazione al quale sarebbe del tutto fuori luogo evocare, per gli stranieri, la categoria dei reati a motivazione culturale.

La violenza sessuale, tanto più di gruppo, ne resta senz’altro fuori, anche rispetto a contesti caratterizzati dalla soggezione della donna all’uomo. Il bene offeso, la protezione dalla violenza e l’autodeterminazione della persona, è troppo elevato per essere in alcun modo compromesso. E quanto al punire, nel nostro ordinamento è sotto gli occhi di tutti la severità delle pene, che non hanno certo bisogno di essere ulteriormente elevate.

Naturalmente, la questione che si agita e che agita la collettività è quella della sicurezza: se passeggiare per Villa Bellini diventa un rischio reale, occorre prevenire. È facile, a questo riguardo, rimandare all’esigenza di controllo dei luoghi e del territorio, che però rimanda alla carenza di personale, che rimanda a sua volta alla penuria di risorse e così via.

Qualcuno pensa poi che per prevenire occorra neutralizzare, e da qui l’idea, ciclicamente (e strumentalmente) ricorrente della castrazione chimica (oggetto, alcuni anni fa, di una proposta di legge); ma si tratterebbe di una feroce regressione sul piano della dignità della persona, anche nella sua versione volontaria, come riconosciuto da una risoluzione del Consiglio d’Europa già nel 2013.

Far diventare “buoni” i “cattivi”, inibire la tendenza violenta, non è possibile forzatamente. In “Arancia meccanica” il metodo Ludwig praticato su Alex, col suo consenso, come alternativa a una lunga pena detentiva, lo costringeva, legato a una camicia di forza, a tenere gli occhi aperti e ad assistere passivo, suo malgrado a orribili scene di violenza, con le note della Nona Sinfonia del suo amato Beethoven in sottofondo. Ma come si ricorderà, tutto questo non gli giovò.

Ogni trattamento direttamente o anche indirettamente forzato non è praticabile. E su questo piano non è certo da distinguere il “branco” dei migranti da quello dei giovani “bene”. Resta salva l’idea, per tutti, della risocializzazione, di un percorso svolto, non diversamente da quello punitivo alla luce del canone di responsabilità individuale e di libertà di coscienza.COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA


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