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Editoriali

Al posto giusto e con il clima giusto, ma alla Sicilia serve una rivoluzione

La quinta edizione del festival di Geopolitica Mareliberum

Di Claudio Corbino

La quinta edizione del festival di Geopolitica Mareliberum, metterà ancora una volta di fronte migliaia di studenti e grandi protagonisti della politica internazionale, della cultura dello spettacolo e dello sport. Saranno collegati on line oltre diecimila ragazzi, da 141 diversi paesi del mondo, che stanno frequentando i corsi di Associazione Diplomatici e dell'East West Erupean Institute e che prenderanno parte ai nostri eventi di Roma, Dubai e New York. Finalmente in presenza, dopo gli anni della pandemia. E’ una tradizione che si ripete ormai negli anni, quella di Mareliberum, e che vede Catania farsi protagonista dei grandi temi del dibattito internazionale. 

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La circostanza che tra gli ospiti di questa edizione, sarà presente il 42mo Presidente USA Bill Clinton, in diretta in video conferenza oggi pomeriggio alle 17,  è forse la misura più precisa del successo dell’iniziativa. Mareliberum, infatti, nato dalla collaborazione tra Associazione Diplomatici e la rivista internazionale Eastwest, io credo rappresenti prima di tutto un metodo: quello fondato sul confronto tra generazioni, culture, visioni e sensibilità diverse; ma anche quello fondato sulla collaborazione tra soggetti privati e istituzioni pubbliche.


Per questo il mio ringraziamento, oltre che al direttore della rivista Eastwest, Giuseppe Scognamiglio, va a tutti i partners che sostengono l’iniziativa, tra i quali il giornale che ospita questo mio intervento, l’Università di Catania e il Comune della nostra città, nonché Fondazione Sicilia, il sito Linkiesta e SKY TG 24 che racconterà i lavori in diretta. 


Il momento che viviamo segna certamente un passaggio: la straordinaria efficacia dei vaccini, e il successo della campagna vaccinale, ci stanno restituendo gradualmente le nostre libertà e con esse la possibilità di ricominciare a vivere. Di superare le paure, di tornare a frequentare gli altri, di potere nuovamente viaggiare. 

La narrazione iniziale della pandemia, tutta intrisa di un pericoloso mix di populismo e buonismo, ci diceva che “sarebbe andato tutto bene” e che “saremmo diventati migliori”. Non ho mai creduto a questa idea, un po’ retorica e consolatoria insieme. Tuttavia che esista un “pre” e un “post” Covid mi pare evidente e i lavori del Festival cercheranno di offrire, in primis ai ragazzi, alcune riflessioni su questo. 


Ci eravamo forse illusi ad esempio, prima di questa pandemia, che il governo di un Paese fosse divenuto quasi un fatto neutrale: se governa il giallo, o il rosso, o il verde, poco cambia. Le nostre libertà rimangono invariate, così come i nostri diritti e il processo di trasformazione sociale farà il suo corso. Il mercato e la grande finanza avrebbero comunque indicato la via. Non è così. Governare un grande Paese come l’Italia non può essere un fatto neutrale. Come non è stato neutrale avere a capo del mondo libero un soggetto privo di qualunque competenza, di senso della realtà e della misura. Un negazionista della scienza, che ha contribuito a diffondere incertezza e diffidenza nel momento più difficile che il mondo ha vissuto dalla seconda guerra mondiale a oggi. Con alcuni echi, per fortuna isolati, giunti fino a noi.  Lo stiamo apprendendo, a contrario, in questi mesi grazie al lavoro del premier Draghi e allo slancio di credibilità che il nostro Paese ha ritrovato in Europa e nel mondo. 
Parleremo di certo dunque anche del ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo. E di digitalizzazione del lavoro, della scuola e dell’università, del conseguente riordino dei diritti dei lavoratori e del ripensamento del patto sociale che ne deriva; della rivoluzione tecnologica applicata in ambito sanitario, della gestione delle risorse europee e della questione economica. Per non dire delle nuove relazioni geopolitiche tra USA ed Europa, e quale schema sta maturando nelle relazioni globali con Russia, Cina e Turchia.  

Tutti temi enormi che certo non potranno essere affrontati in modo esaustivo durante i lavori del Festival, ma che potranno essere portati all’attenzione dei ragazzi attraverso punti di vista diversi e qualificati. 


E a proposito di punti di osservazione, il Festival ospiterà per il terzo anno consecutivo il concerto di Francesco De Gregori. Sinceramente non credo che questo sia solo un grande momento di spettacolo e di divertimento. Sono da sempre convinto infatti, che l’arte possa offrire a tutti noi, e ai ragazzi in particolare, punti di vista privilegiati per osservare la realtà. Da questa osservazione possono nascere inquietudini e consapevolezze in grado di segnare per sempre le nostre scelte. Nessuna crescita culturale e di formazione può prescindere da una frequentazione delle forme dell’arte, di cui la musica di certo, è espressione fondamentale. E tra la musica, quella di De Gregori, è certamente tra le espressioni artistiche più significative della nostra storia recente e non solo.  Durante il suo ultimo discorso per la festa della Repubblica, il Presidente Mattarella, ha citato proprio un celebre brano di Francesco: “La storia siamo noi, nessuno si senta escluso”, spiegando proprio come questa sua citazione gli consentisse di “cambiare prospettiva” cito testualmente e “di cogliere i profili di soggetti spesso rimasti nell’ombra”.  Rovesciare il punto di vista, appunto, per cogliere un aspetto diverso della realtà. Attraverso la forma altissima della musica di un artista irripetibile. 


A chi mi chiede, infine, quale ricadute concrete tutto questo possa avere per la nostra regione, rispondo che non lo so e anche che mi interessa fino ad un certo punto. Non sono un politico e il mio lavoro mi deve portare a valutare quale ricadute questo possa avere per i ragazzi che partecipano alle nostre attività. Ed io credo che per loro, per le ragioni già dette, il Festival rappresenti un’occasione straordinaria. Per quanto mi riguarda, la Sicilia, è inutile girarci attorno, ha solo due grandi potenzialità: la posizione geostrategica nel mediterraneo e il clima. E ciò certo, non per merito di alcuno se non di una qualche Provvidenza.  Ciò che occorrerebbe a questa regione, ormai tra le ultime in Europa per ogni parametro di riferimento, è una rivoluzione culturale, per altro anticamera della sola lotta possibile alla mafia.  Immagino bandi internazionali per i servizi (quelli dei rifiuti, ospedalieri, dei trasporti) aperti davvero ai soggetti mondiali più qualificati. Immagino bandi internazionali per università private che vogliano investire nella cerniera di riferimento del bacino mediterraneo che guarda all’Africa e alla sua impressionante crescita demografica. Immagino un ripensamento totale e definitivo dello sperpero dei fondi regionali per la formazione che potrebbero essere destinati ad una vera rivoluzione del sistema scolastico e universitario territoriale. Immagino una riqualificazione dei centri urbani pronti ad accogliere la nuova frontiera del lavoro a distanza, costituita dal south working. Immagino, forse sogno, che la classe dirigente di questa regione, non dico solo politica, ma dirigente nel suo senso più ampio, sappia almeno di cosa stiamo parlando. Immagino la Sicilia non come la Spoon River del mondo, ma come la California d’Europa. Ma questa, temo, è un’altra storia. Buon Mareliberum a tutti! 


*Presidente Associazione Diplomatici
 

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