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Editoriali

Calcio Catania, chi ha miseramente fallito chieda scusa a città e tifosi

Quel che fa più rabbia è avere avuto la conferma dell'incapacità gestionale mostrata da tutti i soggetti che si sono susseguiti alla guida del club dal 2014 in poi

Di Nunzio Casabianca

La fine è giunta. Con tanta rabbia e rassegnazione silenziosa prendiamo atto che nessuno vuole più il Calcio Catania.  Ci abbiamo sperato, ci abbiamo creduto anche nei momenti più bui e difficili. E anche alla vigilia di questa giornata amara, nonostante i silenzi sospetti delle ultime ore.

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L'imprimatur è giunto quandoil Tribunale di Catania ha comunicato con una nota ufficiale del presidente dott. Francesco Mannino che «trattandosi di vicenda di particolare interesse sociale, si comunica che in data odierna l’udienza di vendita in forma telematica del ramo caratteristico calcistico della società fallita Calcio Catania s.p.a. è andata deserta per mancanza di domande di partecipazione».

È questo l'ultimo triste atto della gloriosa storia a tinte rossazzurre lunga 75 anni o poco più. Un fallimento che nessuno avrebbe mai immaginato e che invece alla fine si è concretizzato, giorno dopo giorno, errore dopo errore, litigi dopo litigi. Tutto inutile.

Alla fine è stata la... fine. Con l’arroganza e la presunzione da parte di chi, in questi anni, si è ritrovato al timone di un club che, appena una quindicina d'anni fa, ci ha fatto sognare in Serie A, nel calcio dei grandi. In quei campionati fatti di sudore e sofferenza, ma anche di esaltazione, gioie e vittorie. Di imprese che rimarranno scolpite nel cuore e nelle menti dei tifosi rossazzurri.

Dal 2014 a oggi solo una sequela di catastrofici tentativi di tenere in piedi una barcaccia che già faceva acqua da tutti i lati. Dalla retrocessione  in Serie B a quella in Terza serie decisa dalla giustizia sportiva dopo la clamorosa (e, credeteci, definirla tale è un semplice eufemismo) inchiesta dei “Treni del Gol” il passo è stato breve. Da allora in poi solo vane speranze, illusorie promesse e miseri tentativi di riportare in alto il Calcio Catania, di salvare la matricola 11700, di tornare a respirare aria di normalità.
È il fallimento di tutti. Chiunque in questi anni ha provato (per interesse personale, per incoscienza, follia o semplice amore per questi colori) a trovare una strada alternativa a quella tristemente segnata ha miseramente fallito. Mettendosi sotto i piedi non soltanto una squadra di calcio e la sua storia, ma una città intera e i suoi meravigliosi tifosi, sempre presenti, sempre “a sostegno”, sempre pronti anche a metterci soldi di tasca propria pur di avere una speranza in più.

 Chiunque si è seduto nella “stanza dei bottoni” di questo club deve fare ammenda a se stesso e soprattutto alla città. Che il tempo delle promesse e delle belle parole fosse finito da tempo lo avevamo capito. Quel che fa più rabbia è avere avuto la conferma dell'incapacità gestionale mostrata da tutti i soggetti che si sono susseguiti alla guida del club dal 2014 in poi. 

Ma c'era allora davvero bisogno  di salvare quella benedetta matricola poco più di due anni fa se non si avevano idee chiare e soprattutto capacità? Perché illudere Catania e i suoi tifosi? E perché non si sono fatte valutazioni a tempo debito, programmando eventuali rischi? Perché quell'ennesimo salto nel buio? E perché, ancora, non si è riusciti a portare a compimento la cessione del club a Joe Tacopina, uomo discusso e/o discutibile per quanto si voglia, ma comunque l'unico a farsi avanti? 
Catania perde così anche il calcio. Forse l'unica àncora sociale rimasta  in vita in una città dalle mille problematiche, non ultima la vicenda della nuova sospensione del primo cittadino di un Comune sempre sull'orlo del default. Una comunità che, fra l'altro, causa Covid (maledetto Covid… ), da due anni non ha più potuto nemmeno onorare la sua “Santuzza” S. Agata per le strade della città. Stavolta nemmeno Lei è riuscita a fare il miracolo…

La fine è giunta. Con il suo carico di gravi responsabilità, specchio amaro di una comunità sempre più povera di valori e di speranze. Sempre più avara di occasioni e di capacità imprenditoriali. Di vitalità economica e di prospettive per i giovani. Fra aziende in crisi che rischiano di chiudere per sempre e posti di lavoro sempre più precari. 
A capo chino ingoiamo l'ennesimo boccone amaro. Stavolta potrebbe essere davvero l'ultimo.

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