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Editoriali

E ORA SI PARLI DI SICILIA

Di Antonello Piraneo

«Ma che fai, dice no e scrivi no? Qui siamo in Sicilia, non a Treviso. Quindi se dice no forse vuole dire sì». E viceversa. Per comprendere appieno la tanto lunga quanto pazza vigilia elettorale bisogna affidarsi a un non siciliano, al regista ligure Pietro Germi che nel mai dimenticato “Sedotta e abbandonata” (1964), fa esclamare al maresciallo del paese, uomo di panza e di sostanza, quella che è una massima filosofica, un concentrato di sicilitudine che lo spaesato appuntato catapultato dal Nord stenta a comprendere, poverino. Il maresciallo - interpretato un magistrale Oreste Palella - da siciliano conoscitore delle cose della sua terra, veramente fa anche altro: con la mano nasconde l’isola dalla carta geografica dell’Italia che, così mutilata, guarda con beffarda amarezza. 

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Chissà se il 26 settembre ci sarà qualcuno che vorrà cancellare la Sicilia dalla propria mappa politica. Sicuramente il no che diventa sì, il sì che nasconde il no, è stata la cifra dello spettacolo cui il centrodestra siciliano ci ha fatto assistere e che il campo progressista  stenta a non replicare. Alla fine, con acrobatici volteggi verbali e mentali, è stato fatto calare il sipario. 


In attesa di ritornare con altro ruolo di peso, esce di scena Nello Musumeci, già rimpianto non soltanto dai suoi fedelissimi, poco siciliano laddove i suoi no restano no. Il centrodestra evita la rottura che avrebbe avuto riverberi nazionali e si rifugia in Renato Schifani, cioè nell’uomo ritenuto meno divisivo e che solo dopo l’imposizione di Silvio Berlusconi (che evidentemente è ancora il Cavaliere) tutti si fanno piacere. Anche chi nella variegata galassia forzaitaliota e che nell’ancora più frastagliata coalizione che va da Meloni a Salvini passando per Cuffaro e Lombardo (segnatevi questo nome), vede Schifani più o meno come un Ufo. 


Ma tant’è, si saranno detti, l’alternativa al punto in cui si era giunti, strappo dopo strappo, era dividersi e salire su una giostra impazzita ciascuno per il proprio. E nel Luna Park elettorale avrebbero trovato (S)Cateno De Luca, avvezzo a tirare pallate e a salire sull’ottovolante della polemica. Così stavolta il sì è rimasto sì, mentre i ni non si annunciano, i distinguo si soffocano, le vecchie scorie si mettono sotto il tappeto o fors’anche nel segreto dell’urna. 


L’aplomb istituzionale a Schifani deriva non dai velluti di Palazzo Madama su cui si è seduto anche da presidente del Senato ma dal carattere, dal distacco professionale. Il suo profilo di uomo misurato, i suoi toni fermi ma soft, dovranno diventare il suo punto di forza e non di debolezza in una fase in cui urlare e strepitare va per la maggiore. In questo si specchia con Caterina Chinnici, sua naturale e immediata competitor nella corsa a Palazzo d’Orléans che, numeri alla mano, lo vede di gran lunga favorito, al di là delle prudenze proprie e delle speranze altrui. Una corsa cui s’iscrive Gaetano Armao, “pioniere” siciliano del terzo polo calendiano.


Finalmente, però, si è messo un punto e si può pure andare a capo. Cominciando, era ora, a parlare  di cose concrete. Un confronto che ci si augura serrato, duro se del caso, ma leale, senza infingimenti e senza la scorciatoia dei veleni. La composizione delle liste sarà già cartina tornasole di ciò che si promette in campagna elettorale e in questo caso non occorre attendere la galanteria del tempo. 
La consapevolezza delle scelte siano la corazza di noi elettori di fronte al bombardamento di proclami. Altrimenti avrebbe ragione quel maresciallo di panza che copriva la Sicilia sulla carta geografica dell’Italia. Ecco, la Sicilia sedotta e abbandonata. Dio non voglia che accada.
 

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