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Editoriali

Gli italiani col cerino in mano

Di Antonello Piraneo

Persino la crisi più pazza del mondo - che supera in follia quella aperta due estati fa dal Salvini formato Papeete - ha un proprio fil rouge che lega l’irrazionale al razionale. Prima innescata dall’irrequietezza del M5S guidato (?!) da Giuseppe Conte e poi fatta deflagrare dalla Lega, la fine della premiership dell’italiano più europeista, appunto Mario Draghi, è stata decretata dalle due forze meno europeiste: ciò che resta dei pentastellati e il Carroccio sempre insofferente alle politiche del rigore. Mutatis mutandis, dopo molte acrobazie politiche e verbali, la legislatura s’incammina verso un capolinea anticipato e inglorioso così come era cominciata: mossa e scossa dall’asse gialloverde, improbabile se non nelle contraddizioni.
Siete pronti? Siete pronti? Siete pronti? Siete pronti a reggere questo “patto” in virtù del quale era nato l’esecutivo? Questo l’interrogativo tutt’altro che retorico posto quattro volte da Draghi ai senatori. Evidentemente no: le forze politiche, piuttosto, sono pronte a fare altro. 

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Matteo Salvini aveva e ha comunque il terrore di lasciare a Giorgia Meloni lo scettro dell’opposizione premiata dai sondaggi e ha convinto Silvio Berlusconi a seguirlo, col Cav incurante delle divisioni che spaccheranno la sua creatura, Forza Italia, col rischio di atomizzare il tesoretto di consensi che ruotano attorno ad Arcore.

Conte, di suo, aveva forzato la mano per non perdere la già debole leadership del Movimento, da sempre maldigerita dai falchi. Così s’è travestito da “Dibba” con la pochette, ma gli hanno tolto pure il cerino con cui fare scoppiare ufficialmente la crisi, dopo il bizantinismo del non voto al Dl Aiuti. Non gli basterà questa fase barricadera ad evitare il tracollo di autorevolezza interna e credibilità esterna. 

Il Pd, more solito, arranca. Enrico Letta avrà difficoltà a capitalizzare il ruolo - una volta di più - di partito responsabile perché non ha una proposta forte, autonoma rispetto a quella dettata dal “supertecnico” di turno. Senza contare che dovrà ridisegnare da subito e fors’anche in Sicilia il perimetro delle alleanze, il campo largo aperto con il M5S che diventa campo minato. 
Così, con il cerino in mano rimane il Paese, peraltro nella stagione delicatissima della gestione delle prime risorse del Pnrr e tanti nodi irrisolti e altrettante riforme che rischiano di tornare alla casella di partenza. Un devastante gioco dell’oca che disillude Sergio Mattarella - che aveva tenuto accesa la fiammella della legislatura chiamando Draghi a Palazzo Chigi - e gli farà maledire il momento in cui ha detto sì al settennato bis, accogliendo le richieste degli stessi partiti che ieri hanno fatto crollare il “castello” politico-istituzionale che aveva sapientemente costruito. 

Draghi, dunque, traghetterà il Paese sino alle probabili elezioni di inizio ottobre, con un pericoloso incrocio di date, voto e Finanziaria. Il suo premierato, in fondo, è stato un apostrofo senza colore tra le parole... fate voi.

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