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Editoriali

Il Paese reale e il Partito unico del pallone

 Un rito collettivo e trasversale, una sorta di livella in vita, attorno al quale si costruiscono notti magiche

Di Antonello Piraneo

Si celebra oggi il periodico congresso nazionale del Partito Unico del Pallone.  Un rito collettivo e trasversale, una sorta di livella in vita, attorno al quale si costruiscono notti magiche (quanta voglia abbiamo di feste e di sorrisi dopo la pandemia) ma anche fantasiose analisi socio-politiche, in un’orgia retorica secondo cui le piazze ribollenti di entusiasmo  sono specchio di un Paese che rinasce, che ce la fa, che bla bla, una giocata di classe come un auspicato riequilibrio fiscale, un guizzo sulla fascia  come un necessario progetto infrastrutturale che finalmente ricomprenda  il Sud. Avviso ai naviganti: tutte balle. 

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L’Italia resta quella nazione incapace di fare una riforma condivisa che sia una e che così resta sclerotizzata in termini di diritti, lavoro, giustizia, trasparenza amministrativa. Lo stesso Paese in cui non badiamo al colore della pelle di  Emerson Palmieri e alle origini di Jorginho solo perché giocano bene a pallone, mentre se li avessimo accanto in ufficio o al bus saremmo almeno diffidenti, cifra valoriale di questi tempi, avendo perso per strada i sentimenti della solidarietà più vera, quella spontanea. 

L'Italia che torna a primeggiare nel calcio con la squadra di Mancini e adesso anche nel tennis con la generazione Berrettini, comunque vada oggi pomeriggio a Wimbledon e poi stasera a Wembley, è allora un semplice fattore sportivo congiunturale, una felice coincidenza astrale che peraltro molto attiene al talento individuale e poco o nulla a una politica sportiva di base: i campioni nascono campioni, non si costruiscono in una scuola ancora troppi spesso senza palestra,  né l'italiano medio ha capito che sport non è tifare in poltrona. 

Ubriachiamoci di azzurro, restiamo uniti  una tantum, una volta ogni tantum, come simboleggerà oggi la presenza del presidente Mattarella in tribuna, però consapevoli  che un successo sportivo non sempre coincide con un trionfo  sociale. Per esempio, Catania  vinceva scudetti negli anni in cui la mafia era derubricata a criminalità e la colpevole distrazione sulla marginalità di interi quartieri era la disciplina più diffusa. Cosa Nostra era cosa loro, invece inquinava l’economia pulita.
Sarebbe bello, piuttosto, scoprirsi tifosi accaniti, pure ultras,  di un futuro diverso, di un Paese più moderno e più uguale, da Bolzano a Capo Passero, più aperto ai giovani, al dialogo non isterico, alle diversità arricchenti che sono cosa altra rispetto alla babele sventolata come spauracchio. Non facciamo catenaccio di fronte al mondo che cambia e che comunque cambierà, a prescindere. 

Per il resto, e a squarciagola, I-TA-LIA, I-TA-LIA.

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