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Editoriali

La campagna elettorale e l'ipocrisia al potere

Tutte le falsità emerse dalle cronache politiche e giudiziaria in occasione di  questo Election day

Di Antonello Piraneo

Le cronache giudiziarie insieme con gli ultimi cinguettii sui social - e non più i comizi del venerdì sera - hanno scritto i titoli di coda sulla campagna elettorale il cui fil rouge  è stato costituito dall’ipocrisia, stavolta molto più spessa di un velo. L’ipocrisia della politica elevata al cubo.

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Ipocrita è intanto pensare di delegare ai cittadini una potestà riformatrice sulla madre di tutte le questioni italiane irrisolte: la Giustizia. Che va riformata, ma per davvero e non attraverso cinque quesiti  -  una “maionese” che mette insieme i tecnicismi delle procedure per le candidature al Csm e il nodo della separazione delle funzioni e vorrebbe gettare con l’acqua sporca pure il bambino della legge Severino - di fronte ai quali anche il cittadino più avvertito finirà per scoraggiarsi, andandosene al mare o recandosi ai seggi soltanto per votare per il sindaco, nelle città in cui si voterà anche per le Amministrative. 

Scegliere la strada della consultazione popolare, che sembra distante dal  quorum richiesto, è il paradigma dell’ipocrisia politica, ancor più gattopardesca del motto del principe di Salina, laddove si voleva cambiare tutto per non cambiare nulla, mentre qui e ora si dice di voler cambiare qualcosa sapendo di non poterlo  fare.
 Rischia di essere un’occasione sprecata, come tante altre delegate a un  referendum, strumento profondamente democratico svilito una volta di più a foglia di fico.

Ma oggi è soprattutto l’election day perché si vota a macchia di leopardo in tutta Italia per una tornata amministrativa che in Sicilia è nodale, al di là dei numeri dei comuni (120, poco meno che un terzo del totale, tra cui la cartina tornasole  di Palermo e il test  di Messina) chiamati alle urne. Altro scenario, stessa ipocrisia. 

Si archivia una campagna elettorale ipocrita perché  troppo spesso subdolamente distante dai problemi veri di una città, dai rifiuti in strada alle casse vuote. 
Massimamente ipocrita è stilare la lista degli impresentabili a 48 ore dal voto (cui prodest?) ma sicuramente lo è ancor di più sorprendersi di propri candidati arrestati per voto di scambio:  posso non sapere cosa facciano una volta chiusa la porta della camera da letto, ma devo chiedergli come intendono muoversi per raccogliere consensi in contesti borderline. I candidati non si scelgono scorrendo l’elenco telefonico. Si annuncia una slavina, ci sussurrano da Palermo. Vedremo.
Ipocrita è anche urlare contro il cuffarismo di oggi, residuale, dimenticando quello già imperante con un governatore di sinistra e scordandosi di tutti gli altri “ismi” che costellano la strada traversale che porta a Palazzo. Ipocrita è pure chiedersi cosa faccia Dell’Utri a Palermo e non anche a Roma o a Milano: lì parla solo dei suoi amati libri e qui, soltanto qui, di politica? 

Ma è ipocrita anche denunciare il sistema di potere dei Caf e dei pacchi di pasta promessi dai galoppini mentre si recupera terreno comiziando attorno al reddito di cittadinanza, che si sostanzia in un sussidio di fronte al quale impallidiscono tutti i ras di quartiere. Infatti è dura per tutti andare al Cep dicendo di volerlo abolire. Sssh, non parliamone.

Non ipocrita, ma scoraggiante, è dover ancora fare della legalità un vessillo spartiacque e magari strumentale, mentre dovrebbe essere un precondizione scontata. Purtroppo non è così, non ancora. Brechtianamente: beato quel popolo che non ha bisogno di mettere l’accento sulla “società civile” e che porta alle urne semplicemente una società matura. Chissà, forse, un giorno.

 

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