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Editoriali

La sentenza sulla trattativa Stato-mafia tra ragion di Stato, democrazia e rispetto delle istituzioni

I penalisti potranno discutere di tale sentenza, perché essa sembra introdurre una nuova causa di esimente o di giustificazione

Di Agatino Cariola

La sentenza della Corte di appello di Palermo, pubblicata il 5 agosto, ha confermato che c’è stata la trattativa tra pezzi dello Stato e pezzi della mafia (verrebbe da scriverla con la maiuscola a seguito della legittimazione che così l’organizzazione criminale ha ricevuto).  In quasi tremila pagine si sono ricostruiti molti fatti e si sono espressi giudizi severi su molti soggetti dello Stato: gli ufficiali dei carabinieri i quali si sono fatti artefici delle trattative ma anche gli inquirenti e i giudici del tempo, chiamati ad esercitare più intensi ruoli. 

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Ne esce un quadro a volte desolante, come quando a pag. 2.010 si ricorda che i vertici dei Ros hanno messo «al corrente dei contatti intrapresi con una potenziale fonte confidenziale [non i magistrati inquirenti, ma] … esponenti politici e istituzionali che nessun titolo avevano per interloquire in quell’operazione o anche solo per esserne messi al corrente, se si fosse trattato solo di un’operazione investigativa». 

 

 

Insomma, Mori, De Donno e Subranni, ufficiali dei carabinieri, hanno condotto la trattativa in maniera indipendente e senza informarne né i vertici giudiziari né quelli politici (almeno quelli istituzionali, cioè i ministri al Governo, perché altri politici li hanno coinvolti), nel tentativo di “spaccare” la mafia, liberarsi della parte stragista di Riina e addivenire a rapporti “normali” con quella di Provenzano. Epperò, gli stessi non erano nella piena consapevolezza del carattere illecito della loro condotta: «L’obbiettivo era quello di disinnescare la minaccia mafiosa, incuneandosi con una proposta ulteriormente divisiva in una spaccatura che si confidava già esistente all’interno di Cosa Nostra, pur non avendone la certezza, per volgerla a favore di una disarticolazione e di una neutralizzazione dello schieramento e della linea stragisti. E ciò attraverso una sorta di ibrida alleanza da stringersi senza necessità di stipulare alcun patto, ma conchiusa per facta concludentia e solo in ragione di un’obiettiva convergenza di interessi con la componente più moderata di Cosa Nostra», a pag. 2.191 della sentenza. 

 

 

Insomma, la trattativa ci fu, ma i carabinieri la fecero a fine di bene e sono stati assolti. 

I penalisti potranno discutere di tale sentenza, perché essa sembra introdurre una nuova causa di esimente o di giustificazione. L’imputazione era di minaccia ad organi dello Stato, in particolare al Governo, consistita nella pressione esercitata dalle stragi realizzate o programmate. Il fatto è stato integrato dai mafiosi, ma non dai vertici dei carabinieri, perché questi ultimi non erano consapevoli del carattere illecito della loro condotta. Si è sempre sostenuto che più si sale nella gerarchia di una qualsiasi organizzazione, più si richiedono capacità intellettive per il possesso delle quali i soggetti interessati assumono responsabilità e onori. Qui si è affermato il contrario, cioè che tali vertici ignoravano che stavano impegnando lo Stato che pur essi rappresentavano, nel medesimo tempo in cui compivano scelte politiche nel privilegiare questa o quella mafia. Si è trascurato il loro obbligo di procedere d’intesa con gli organi politici. 

 

 

Sul versante organizzativo la decisione pone in luce un problema tuttora irrisolto, e cioè se le indagini le fa la magistratura requirente che si avvale della polizia giudiziaria come è scritto nell’art. 109 della Costituzione; oppure le fanno da sole le forze dell’ordine.

Sotto il profilo penale la sentenza dà sostanziale ragione all’impianto accusatorio: premia gli inquirenti di Palermo che hanno insistito nel portare avanti le indagini e nel chiedere il processo, attirandosi polemiche a volte feroci. 

 

 

Il versante istituzionale vede una vittoria della democrazia, perché tutte le volte in cui un Paese fa luce sulla sua storia, porta allo scoperto fatti anche inquietanti e fa valere responsabilità, si afferma la cultura della democrazia, che è trasparenza e richiede di dare ai cittadini piena informazione. Ma la decisione ammette che per mesi, se non per anni, in una vicenda nella quale era in questione la lotta alla criminalità mafiosa, in questo Paese la democrazia è stata sconfitta, perché hanno lavorato uomini e reti in maniera occulta all’insaputa dei soggetti politici responsabili eletti dai cittadini e chiamati a dar conto del loro operato.

La trattativa pone in risalto il problema - lo si dice da tante parti - della ragion di Stato. Non trovo scandaloso che si tratti con terroristi e, persino, con criminali. Ma decisioni di tal sorta devono essere prese da soggetti politici chiamati a risponderne davanti la Storia, se non agli elettori. Questa sentenza, come quella di primo grado, testimonia di un doppio Stato, in cui ci sono istituzioni che funzionano secondo la logica della rappresentanza e della responsabilità politica, ed altre che sono autoreferenziali e non rispondono a nessuno. 

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