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Editoriali

La telenovela del Ponte sullo Stretto nell'Italia che non decide

Perché il governo finanzia un nuovo studio di fattibilità quando ha già in mano un progetto cantierabile

Di Leandra D'Antone

Il ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibile Enrico Giovannini, ha appena ribadito, stavolta a nome a del Governo, quello che sapevamo da decenni e che da decenni è stato sacrificato alle più incomprensibili furie ideologiche, strumentalizzazioni partitiche e, se n’è parlato meno, ottuse divisioni, a loro volta opportunisticamente giocate in sede politica, tra soggetti economici pubblici e privati o al loro stesso interno, quando non tra singoli protagonisti della scena, tutti interessati alla ipotetica realizzazione. 

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Il ministro, finora incerto, ha annunciato che il Ponte per unire le due sponde della Sicilia e della Calabria distanti circa tre chilometri, è necessario al Sud, all’Italia e sempre più ad una Europa che ha un bisogno vitale di presenza strategica mediterranea. Lo richiedono fra l’altro gravi strozzature nella gestione di una densissima mobilità nonché un pesante impatto ambientale, insostenibili soprattutto per le due aree urbane interessate e nella logica essenziale della transizione verde. 

Si tratta di un’ottima notizia, dopo decenni di dominante irrazionalità. Era ovvio che la prestigiosissima opera, per quanto non inserita nel Pnrr, tornasse di attualità. Siamo di fronte ad un eccezionale impegno del nostro governo per dare respiro anche con le politiche italiane, ad un progetto continentale oggi ansimante sotto i colpi della pandemia non più che dei sovranismi!

Ma perché il governo destina 50 milioni di euro per uno studio di fattibilità ad Italferr SpA, del gruppo Ferrovie dello Stato, che non ha mai costruito un ponte sospeso per un nuovo progetto di ponte a tre campate, di cui nessuno ha mai visto le carte corredate da studi ingegneristici, geologici, urbanistici, e ciononostante assicura di realizzarlo in 4 anni a totale carico dello Stato per meno di 2 miliardi? Si tratta peraltro dello stesso progetto licenziato qualche mese fa da dal gruppo di lavoro di esperti (con la presenza di qualche bravo ingegnere, ma senza coinvolgere nessun ingegnere strutturalista) istituito dal governo giallorosso del Conte bis, originariamente per rilanciare un vecchio progetto di galleria subacquea. La galleria piaceva ai 5stelle ormai in versione pro-collegamento, ma aspirando almeno ad abiurare alle precedenti posizioni potendo certificare un esito statalista, affidato in questo caso all’Eni, la grande e prestigiosa impresa pubblica italiana sicuramente estranea alla logica dei suoi modesti e improvvisati nuovi sponsor. Si sa già da precedenti rigorosissimi studi e verifiche che quella galleria non è fattibile nei mari dello Stretto. 

Nel gruppo di lavoro Italferr è stata rappresentata da un nuovo progetto, ancora tutto da studiare, ma al fine di cancellare definitivamente il Ponte sospeso a campata unica della Società Stretto di Messina, già condotto alla fase esecutiva col voto favorevole del Consiglio superiore dei lavori pubblici diretto dallo stesso Misiti che oggi sostiene il Ponte di Italferr. Sta di fatto che il progetto della Stretto di Messina sia finora l’unico rigorosamente studiato dai migliori esperti del mondo e sia stato sottoposto a tutte le verifiche di fattibilità a cura delle società di consulenza più prestigiose del mondo, inserito nel 2003 tra le 18 opere prioritarie dell’Unione europea come tratto fondamentale stradale e ferroviario del grande Corridoio 1 Berlino-Palermo (anch’esso nel frattempo cambiato in Corridorio finlandese-adriatico proprio per la mancata realizzazione del Ponte) sebbene giunto con voto anche del Cipe alla versione esecutiva, già assegnato per bando di gara internazionale a Eurolink Consorzio internazionale di imprese guidato dall’italiana Impregilo con la partecipazione di società estere e con esperienza nella costruzione nel mondo di grandi ponti sospesi.

L’affidamento avviene in project financing (quindi con grande risparmio per lo Stato, ma il tipo di contratto non gode, per ragioni ideologiche, della simpatia dei grillini e di una sinistra divenuta contraria a fare realizzare grandi opere pubbliche da grandi società private). 

Il Ponte, si sa, viene cantierato ma presto, nel 2012, bloccato dal governo Monti con motivazioni politiche e non tecniche - in questo caso a mio avviso più con logica antimeridionale che di contenimento della spesa pubblica, e la Stretto di Messina viene liquidata. Per rinfrescare un po’ la memoria ricordo che la Società pubblica Stretto di Messina, era nata nel 1981 proprio con la missione di progettare, realizzare e gestire il Ponte, con partecipazione di maggioranza dell’Iri, l’Ente pubblico più influente nelle politiche di sviluppo del momento, e con partecipazioni paritarie Anas, FS, Regione Sicilia e Regione Calabria.

Oggi è ancora in liquidazione, tuttavia mai conclusa per un contenzioso aperto verso l’Anas proprio riguardante gli oneri dovuti alla non realizzazione del Ponte; è per l’ 81% in mano alll’Anas, a sua volta ora controllata da Fs. Gli studi svolti sia da GPM che a cura della Stretto di Messina, costituiscono oggi, per unanime riconoscimento internazionale, un patrimonio insostituibile di conoscenze sul territorio e l’ambiente. 

Rimane il fatto che, nonostante questo gioco a perdere interpretato da innumerevoli interessi politici, economici e professionali grandi e piccoli, soprattutto personali, esso rimanga finora l’unico immediatamente realizzabile, pur con tutti gli adeguamenti e le revisioni necessarie dato il tempo trascorso. Dunque, perché il governo finanzia un nuovo studio di fattibilità? O lo Stato in prima persona si ritiene protagonista di un lungo inganno e se ne assume la responsabilità, ma facendoci conoscere i punti deboli del suo precedente progetto, oppure deve coraggiosamente ripartire dalla rivendicazione, attualizzazione e realizzazione di esso.

Forse Giovannini ha dovuto parlare del Ponte a nome di un governo che non può essere contrario all’opera, ma che non può neanche deciderne la realizzazione perché impegnato su altre emergenze di gigantesca portata. Ma se questo Governo è convinto, come dichiara, che la partita del destino delle nuove generazioni europee si giochi oggi soprattutto nel Sud d’Italia, ci aspettiamo che, da par suo, il suo Presidente faccia valere soprattutto nel Sud la formula con cui ha già salvato l’euro e inaugurato una nuova politica continentale in vista d ben più ambiziosi traguardi istituzionali: quella del whatever it takes. Anche il ministro Giovannini dovrà essere prima o poi conseguente. Quello che ha deciso finora è solo una un rinvio, nella direzione meno credibile. 
Intanto il sistema tecnologico del nostro Ponte sullo Stretto, già giunto alla fase di realizzazione, ha trovato applicazione nel resto del mondo. 
 

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