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Editoriali

Lo show diverte ma cali il sipario: la Sicilia chiede sobrietà e fatti

Lo scontro alla luce del sole e con toni pubblici mai visti tra l'assessore Marco Falcone e il coordinatore di Forza Italia Gianfranco Miccichè punto di non ritorno

Di Mario Barresi

Adesso basta. L’avanspettacolo della politica siciliana è un genere tragicomico che piace molto a chi ha il dovere (e il diritto) di raccontare questa terra. Certo, il giornalista, per definizione - e chi scrive anche per vocazione -, è molto più attratto dalla narrazione unconventional, alimentata da spifferi più o meno involontari e sbirciate dal buco della serratura, che dalla spesso noiosa cronaca tempestata di scartoffie da studiare. E svelare i retroscena delle stanze del potere, ovvero tutto ciò che non viene esternato dai suadenti comunicati stampa, resta un impegno sacro con i nostri lettori e con tutta l’opinione pubblica.

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Ma quello che è successo ieri a Catania rischia di diventare un punto di non ritorno. Il duello rusticano fra i forzisti Gianfranco Miccichè e Marco Falcone alla festa di FdI (come una coppia di separati sotto lo stesso tetto coniugale che si tirano i piatti addosso ospiti in casa d’altri) è stato davvero uno spettacolo indecoroso. Scandito a colpi di «stronzo» (epiteto non inedito, finito qualche giorno fa nel verbale di una seduta dell’Ars) e urlati «te ne devi andare a casa», fra sfacciate provocazioni e vene giugulari che si gonfiano. Al di là della forma, c’è anche la sostanza: il riferimento al poltronificio (manager Asp, presidenze di enti e via spartendo) del centrodestra nella scorsa legislatura. E stavolta non è il solito giornalista impiccione a svelarlo, ma un big di governo, in un’involontaria confessione che si spinge fino ai confini delle potenziali notizie di reato.

Ma, proprio quando il cronista-moderatore (con tante scuse per l’autocitazione da palco) gongolava, pur nell’imbarazzo della situazione, per l’ennesima scena da teatrino, s’è levata la voce di un signore dal pubblico. «Basta, non ci interessano le vostre cose: siamo qui per parlare del futuro della Sicilia». La disfida azzurra - grazie anche a Gaetano Galvagno, “pompiere” paternese nel giorno di Santa Barbara, patrona dei vigili del fuoco - s’è poi placata sul ring patriota, trasferendosi sul web e nelle agenzie.

Ma il retrogusto amaro che resta non è una sensazione da trascurare. Ed è per questo che, partendo dalla sua definizione di «momenti imbarazzanti», diamo un doveroso credito di fiducia a Schifani. Il governatore, sottraendosi alla lotta nel fango, ieri ha illustrato la seconda parte del piano anti-ciclico. Mettendo sul tavolo un altro mezzo miliardo per lavoro e famiglie. Sarà giusto verificare se agli annunci seguiranno misure efficaci. Ma in questo momento è un impeto spontaneo essere da questa parte della barricata. Quella della sobrietà. E, si spera, anche dei fatti. Il cabaret della politica, nel frattempo, potrà pure continuare. Ma se tende all’horror ci interessa davvero molto poco.
Twitter: @MarioBarresi
 

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