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Editoriali

Musumeci e le “dimissioni non dimissioni”: the show must go on come se nulla fosse

Il suo, nonostante il low profile così ostentato, è un messaggio molto politico. Si dimette, ma non si arrende.

Di Mario Barresi

Musumeci si dimette alle sette e mezza della sera. Su Facebook. Come un grillino qualunque. Nessun passaggio in aula all’Ars, pur convocata per oggi alle 11, nonostante le colombe del suo entourage lo implorassero per una questione di «rispetto delle istituzioni». Alla fine prevale l’istinto dello sfregio a Gianfranco Miccichè: una fredda nota su carta intestata della Presidenza della Regione, «come prevede la legge», per chiudere il quinquennio. «Questa è la lettera, se la fa bastare», dice stizzito ai suoi.

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Musumeci si dimette con un video di 8 minuti e 28 secondi in cui non dice mai «mi sono dimesso», né pronuncia una sola volta la parola «dimissioni». Un documento che andrebbe studiato nei corsi di psicologia neo-freudiana o magari in quelli di comunicazione politica: sembra il messaggio del Presidente della Repubblica Siciliana che indice “semplicemente” le elezioni anticipate e non quello del capo di un governo che lascia Palazzo d’Orléans per la gioia di quasi tutta la sua coalizione.

Sfoggia una serenità e una pacatezza tanto smaccate, con un paio di risatine sardoniche, da rendere il videomessaggio ancor più surreale. E così vengono fuori il profilo del “nonno Nello” che si premura di non far perdere giorni di lezione ai nipotini nelle scuole sedi di sezioni elettorali, il rigurgito prudenziale del ColonNello ancora in guerra contro il Covid per evitare un doppio assembramento ai seggi, il doppio binario del politico coscienzioso che vuole scongiurare la sovrapposizione di due campagne elettorali e del buon amministratore che fa risparmiare 20 milioni con l’election day.

 

 

Tutto come se non si stesse dimettendo. Come se la legislatura aperta nel 2017 con la fanfara trasversale per il “fascista galantuomo” fosse viva e vegeta. Del resto oggi c’è statab pure la posa della prima pietra della cittadella giudiziaria a Catania, cerimonia con un governatore e un assessore regionale dimissionari e il vice facente funzione di un sindaco sospeso che s’è dimesso pure. The show must go on, come se nulla fosse. C’è ancora tanto da fare. Come nella seduta di giunta di ieri, con «centinaia di milioni impegnati». E «come continueremo a fare», scandisce il governatore lasciando intendere di voler contraddire la prassi (vedasi dimissioni di Totò Cuffaro, che nel 2008 lasciò in carica il vicepresidente, la buon’anima di Lino Leanza) e seguire piuttosto la linea di Raffaele Lombardo, rimasto in carica nel 2012 per l’ordinaria amministrazione. «Io fino all’ultimo giorno, fino al 25 settembre, lavorerò con lo stesso impegno e con lo stesso entusiasmo del primo giorno», assicura. Senza interrompere i bagni di folla nelle feste patronali e alle sagre di paese in visite istituzionali che «mi ripagano da tante amarezze, da tanti bocconi amari». Per il «commiato», insomma, «c’è ancora tempo».     

«Non c’è nessuna ragione politica» alla base delle dimissioni, giura Musumeci. Senza giacca, ma con la cravatta ben annodata sulla camicia con le maniche arrotolate. Il governatore è tutt’altro che dimesso e trasandato come lo descrivono le cronache degli ultimi giorni.

E soprattutto il suo, nonostante il low profile così ostentato, è un messaggio molto politico. Si dimette, ma non si arrende. Resta fermo, per sua stessa ammissione, alla conferenza stampa del 23 giugno. Come se nel frattempo i vertici palermitani e romani non avessero archiviato la pratica della ricandidatura. L’avvertimento è chiarissimo: io sono sempre «pronto a guidare il centrodestra per la seconda vittoria», pur disposto a fare «un passo di lato» se «sono realmente divisivo e non è un capriccio di qualcuno». Con un ringraziamento a Giorgia Meloni «per la sensibilità dimostrata». E una sfida aperta agli alleati-nemici: «Cercate un nuovo candidato alla presidenza, ce lo presentate e noi faremo conoscere le nostre valutazioni e andremo avanti».

Musumeci si dimette. Ma non lascia. Né Palazzo d’Orléans, né l’ambizione di succedere a se stesso. Anzi: raddoppia. I No-Nello, che nel frattempo stappano la bottiglia di champagne tenuta al fresco da mesi, sono avvisati. Eppure sereni: «Entro pochi giorni sarà davvero tutto finito», assicurano. In un’atmosfera grottesca. Sarà pure la fine, ma sembra di essere ancora all’inizio.

Twitter: @MarioBarresi

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