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Editoriali

Per Vanessa, offesa e vilipesa, si cambi la legge inadeguata

Sconvolge che luoghi familiari possano raggelarsi, facendosi spettrali, se oltraggiati dalla furia disumana di un assassino

Di Fernando Gioviale

Due titoli di questo giornale, “Indifesa” (martedì 24 agosto) e “Nella cattiva sorte” (mercoledì 25), m’inducono a qualche riflessione intorno al dramma luttuoso inscenatosi in quella Aci Trezza cercata da Vanessa Zappalà, nella sua notte fatale,  dopo mesi di angosciosa persecuzione: e sconvolge che luoghi familiari per incanto di natura e  antiche consuetudini possano raggelarsi, facendosi spettrali, se oltraggiati dalla furia disumana di un assassino (non si dica animalesca, per favore: occorre una nequizia radicalizzata dall’intelletto umano, perché si consumino orrori capaci di degradare un angolo di paradiso, che riluce nonostante i colpi dell’uomo,  a buio inferno).

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Proprio lì Vanessa si trovò “indifesa”: verso se stessa, innanzitutto, perché nei luoghi cantati dai poeti credette di dimenticare la cruda prosa di una vita oltraggiata da un ex fidanzato già fermato in flagranza persecutoria e già liberato. Quella sera postava gioiosa luoghi e immagini: e doveva essere in lei un po’ di quell’euforia liberatoria che succede a un depressivo scoraggiamento.

Indifesa verso il suo assassino: verosimilmente in preda, costui, a un delirio di onnipotenza forse esaltato dal fatto che dopo tante piccole e meno piccole crudeltà si ritrovava libero, senza misure cautelari di là da una proibizione, vana, di avvicinarsi alla sua vittima. Non ho cuore d’indugiare sull’efferatezza di un crimine che non dava scampo;  e c’è da chiedersi se l’estrema scelta di morte (la propria) debba leggersi come lucida disperazione o come conclusiva onnipotenza: voi non mi avrete, io solo decido del mio destino; dopo averlo inflitto a colei che pretendeva d’amare e che il proprio destino voleva costruirselo in gioia di vivere. E forse questo, non le veniva perdonato: di riuscire a gioire mentre l’altro alimentava il proprio furore. Donde l’estremo atto d’imperio: non sarai mia, non sarai d’alcuno; con quell’acre sapore di vendetta in grado di farlo sentire  uomo. Uomo? Maschio, al più, munito di un’estrema protervia ch’era segno di scoraggiante impotenza a farsi uomo, per l’appunto. 

Ragazza, invece, la dolce Vanessa, maledettamente indifesa per il suo volere essere donna ma ancora  troppo candida e disposta all’amore anche il più molesto. Un tempo, a lezione di Letteratura e di Spettacolo, parlavo con le mie alunne di una tendenza molto femminile alla pedagogia erotica, all’idea che con l’offerta di amore e sacrificio l’altro debba cambiare: prospettiva quasi sempre illusoria (“Gli uomini, non cambiano”, per una straziante Mia Martini); e io a dir loro che non c’è amore senza intero (reciproco) donarsi, ma che occorre tenere gli occhi, talora chiusi, spalancati, e sensi vigili per capire a chi abbandonarsi. 

E intanto l’indifesa Vanessa, che neppure l’istituzione giudiziaria intese proteggere, sprofondava  “nella cattiva sorte”, con  un riferimento al matrimonio cattolico di amara ironia: perché chi continua a credere nell’amore costi quel che costi, troppo spesso va incontro non alla felicità  ma a una solitaria sciagura. Troppo spesso adulte e ragazze restano “donne sole”, che quando denunciano gli abusi del maschio predace, non dell’uomo virile, si ritrovano invischiate dentro una Legge pochissimo atta a “prevenire”, né molto in grado di “reprimere”. 

E infine trarrei spunto da una prosa di ampio respiro sociale e antropologico, scritta per Facebook dal magistrato Sebastiano Ardita. Vi colgo  una qualche inadeguatezza della Legge nell’aiutare decisivamente la vittima (ma attenzione: stavolta i Carabinieri hanno fatto tutto il giuridicamente e umanamente possibile, a detta delle persone più vicine a Vanessa). Molti di noi sognano una riconversione psicoculturale del genere maschile, una rifondazione morale, familiare, pedagogica, tale da mutare nel profondo mentalità e coscienze. Impegno di lunga lena, inteso a rimettere in discussione, fino a sradicarlo, un egocentrico “amore proprietario” in grazia del quale intere generazioni hanno considerato la donna  seducente feticcio da dominare.

E intanto, che fare? Sappiamo che colpi assai gravi al sistema mafioso sono stati arrecati prima ancora che si avviasse una presa di coscienza collettiva: anche per l’azione di magistrati valenti e determinati. Qui urge intervenire perché chi continua a vilipendere la salute, i sentimenti, la  vita stessa d’una donna, trovi nella Legge un’autentica interdizione: con una limitazione di libertà sino alla carcerazione, ove occorra. E così, forse,  il sacrificio della dolce Vanessa (troppo doloroso, troppo ingiusto)  avrà giovato alle vite degli altri: di tante donne che portano la croce dentro un calvario di cui la società intera dovrà farsi carico.

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