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Editoriali

Qatar 2022: i diritti civili, il terzomondismo e l'ipocrisia

L'intervento del direttore del quotidiano La Sicilia Antonello Piraneo sull'inizio del Mondiale di calcio

Di Antonello Piraneo

Saremo terzomondisti e difensori dei diritti di bambini, donne e uomini sin quando il calendario delle partite proporrà Australia-Tunisia o Costa Rica-Giappone, periferie del Barnum calcistico. Dopo la puntuale indignazione di questa vigilia che ci ha accompagnati all’inaugurazione di oggi, già vacilleremo di fronte, così per dire, a Spagna-Germania, sino a crollare per una ipotetica Argentina-Inghilterra o una possibile Brasile-Francia: tutti fantozzianamente davanti alla tv. Alle battaglie civili penseremo dopo. Mentre nel mondo reale accade di tutto, in quel mondo parallelo in cui si muove un business miliardario con la scusa di giocare a calcio, oggi comincia il Mondiale, l’evento degli eventi, orfano per noi italiani ma non solo, dell’Italia quattro volte vincitrice. La globalizzazione assoluta - fors’anche più di un’Olimpiade - della passione per una maglietta, con gli idoli di questi tempi che faranno restare tutto lo sfondo, anche i diritti calpestati proprio laddove  poggeranno i loro piedi dorati. 

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Comincia il Mondiale e il carrozzone si porta dietro anche il vagone dell’ ipocrisia. Benpensanti a tutte le latitudini scoprono oggi che il Qatar, Paese ospitante, è terra di diritti e di libertà per sottrazione, per tutti, anche per chi andasse a tifarci. In quella regione del pianeta si salva chi va lì per fare affari o per conferenziare, perché, si sa, pecunia non olet. Ed è sempre in virtù di questo principio che, nel 2010 e non ieri, fu assegnato il Mondiale agli emiri.

Indignarsi oggi fa fine e non impegna, ci rende politically correct, equi e solidali. Ipocriti, soprattutto ci rende una volta di più ipocriti, perché lo sport,  massimamente il calcio, esprime la quintessenza di chi dice una cosa e ne fa un’altra. Così oggi si ripropone il dibattito di Argentina ’78, quando il Mondiale si giocò a casa dei generali squadristi guidati da Jorge Videla, in fondo lo stesso della finale di Davis tra Italia e Cile, giocata a Santiago nel 1976, imperante il sanguinario Augusto Pinochet. Per non dire delle Olimpiadi del 1980 a Mosca: noi italiani salimmo sul gradino più alto del podio dell’equilibrismo non mandando nell’allora Unione Sovietica gli atleti dei corpi militari. Boicottaggio selettivo, usando l’aggettivazione oggi di moda a proposito di altri diritti.

Ma siamo tutti uomini di mondo e per non finire in fuorigioco e lavarci pure ciò che resta della coscienza, diciamo allora che portare il Mondiale di calcio in Qatar - dove comunque da anni sfrecciano i bolidi della Formula Uno e i siluri della Motogp - aiuta ad accendere una luce su una realtà che altrimenti sfuggirebbe al comune sentire. Sarà, o piuttosto è semplicemente dare un colpo al cerchio e uno alla botte.
Ovvero, uno a uno e palla al centro. 
 

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