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Editoriali

Questa guerra non è una fiction attenti al virus del negazionismo

Fa paura anche la sola idea che ci si abitui ai combattimenti e alla morte

Di Agatino Cariola

La guerra è stata ridotta ad opinione. Capisco che le vicende belliche sono da sempre accompagnate dalla loro narrazione, ma eravamo abituati al racconto a posteriori su fatti già avvenuti. La seconda guerra mondiale e, poi, i conflitti della guerra fredda hanno visto l’utilizzo dei mezzi di informazione a servizio delle propagande degli Stati. Ma ora assistiamo ad una guerra tutta ideologica che si svolge sulle teste delle persone, a tentare di conquistare l’opinione pubblica a favore di una o dell’altra parte del conflitto. È come se alla guerra combattuta che vede distrutti palazzi, strade, ponti, persino ospedali fatti oggetto di attacchi e soprattutto vede la morte di uomini e donne di ogni età e condizione, si sia aggiunta una seconda guerra tutta combattuta sul fronte delle immagini e della ricerca del consenso attorno tesi, che poi sono le posizioni degli Stati. 
E qui, però, si insinua - se non c’è già adesso e tra noi - il nefasto virus del negazionismo, appunto dell’opinione elevata a regola di relazione. 
Conosco il rischio di dar luogo ad incomprensioni, ma mi chiedo se decenni di film di guerra e di catastrofi non ci hanno abituato all’idea che si possa continuare a vivere in una dimensione immaginifica, anche in una guerra come questa così vicina a noi e che vede quale parte una potenza nucleare. Quando finisce questa guerra? Perché non funziona il telecomando e non posso cambiare canale? I tanti talk show sulla guerra - compreso questo mio pezzo - sono quelli di un cineforum che si sta svolgendo a livello globale?
Alcune volte mi sembra di assistere ai commenti sulle partite: tutti allenatori della squadra di calcio, a dare consigli su cosa debbono fare gli altri.
Tutto questo mi spaventa. Questa guerra non è un film, è realtà. Uomini e donne muoiono, intere città sono devastate, il rischio che qualcuno si lasci scappare l’acceleratore e finisca per puntare sull’uso delle armi nucleari è assolutamente effettivo. Così come sono reali stupri e massacri in danno della popolazione ucraini: essi svolgono la funzione di rompere il legame fiduciario tra governati e governanti, i quali si rivelano incapaci di difendere i loro cittadini. È la lezione che viene dalla storia: se capi di Stato e di governo non tutelano in maniera efficace, allora è meglio per i popoli assoggettarsi ad altri poteri. È la logica del dominio assoluto, vecchia quanto il mondo. 
Allorquando ascolto nei tanti dibattiti sul tema l’osservazione ripetuta che questa guerra non interessa l’Italia, la mia conclusione è che si realizza appieno lo scambio sicurezza-libertà, cioè che si è pronti a rinunciare alla libertà in cambio di sicurezza; che viene meno ogni solidarietà tra uomini e popoli; che si è disposti a legittimare il male. Appunto come in un film.
Mi spaventa anche l’idea che ci si possa abituare alla guerra ed alla morte. Introduco solo il tema: non è che la nostra cultura sia letteralmente arrivata… al suo occidente ed ammetta ormai che ci si possa sterminare ed estinguere? Non è che il cinismo cui ci siamo abituati e nel quale abbiamo allevato i nostri figli non si riveli alla fine suicida per tutti? 
La guerra attuale nell’Est europeo mostra l’impotenza del diritto e delle organizzazioni internazionali. Jorge Mario Bergoglio lo sta denunciando con la lucidità di uno che viene - per la prima volta nella storia della Chiesa cattolica - dal terzo mondo, di uno che è disilluso dall’appartenenza ai blocchi ideologici tipici del Novecento, e che mostra consapevolezza dell’impossibilità di agire. 
Chi non ha visto che, quando due bambini litigano tra loro, se un ragazzino solo un po’ più grande passa e li vede, interviene e per l’intanto li separa? La guerra in Ucraina mostra a tutta evidenza che nelle relazioni internazionali nessuno interviene, sa o può intervenire a separare, a difendere i deboli, a sedare i conflitti ed a prevenire quelli futuri. 
Bergoglio sta richiamando uomini e donne di questo mondo almeno a non rassegnarsi all’ineluttabilità della guerra: non si ha a che fare con opinioni; la guerra è un fatto. Che altri leader spirituali seguano il suo esempio. I poveri hanno da sempre il potere/dovere di denunciare i fatti. 
 

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