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Editoriali

La resa dei pifferai magici

Gli assetti istituzionali restano intatti, ma la settimana politica più pazza del mondo scompagina il centrodestra. Essendo l’Italia, notoriamente, una Repubblica fondata sul pallone, giochiamo al gioco delle pagelle che si danno ai calciatori

Di Antonello Piraneo

Alla fine è andata come ci aveva sussurrato a metà dicembre a Enna - a margine dell’inaugurazione dell’anno accademico della Kore tra gli applausi per Mattarella - un collega che in questi sette anni ha frequentato il Quirinale da amico del Presidente, quindi senza scriverne mai: «Il no di Mattarella è no, ma se tutti più uno gli chiedessero di restare...». Laddove il “più uno” era il premier Draghi. 

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Lo schema - al netto dell’annunciata defezione di Giorgia Meloni, che capitalizzerà il ruolo di oppositrice unica dello statu quo - è stato adottato per “incollare” Mattarella al Colle, formalmente per un altro mandato più probabilmente sino all’elezione del nuovo Parlamento, nuovo anche nella composizione. 

All’Italia è andata bene: nessun salto nel vuoto per il governo, con la maggioranza Ursula blindata dalla mancanza di alternative più che da una propria forza, il ticket Mattarella-Draghi come garanzia nell’Anno I del Pnrr, apprezzata dai mercati che vogliono stabilità e bla bla bla. Lo sapevamo già, bastava dirselo prima. 

Ma se gli assetti istituzionali restano intatti, la settimana politica più pazza del mondo scompagina il centrodestra per come lo conosciamo, intacca leadership. Essendo l’Italia, notoriamente, una Repubblica fondata sul pallone, giochiamo al gioco delle pagelle che si danno ai calciatori.

Matteo Salvini è stato di gran lunga il peggiore in campo, ha scambiato Montecitorio per il Papeete e ha sbagliato anche questa partita, bruciando nomi e ruoli per poi allinearsi a tutti gli altri, dopo avere spaccato il centrodestra, dato fiato all’ala leghista che odia gli azzardi, rotto con Meloni e regalato, in prospettiva, tre quarti di Forza Italia all’Opa centrista che s’annuncia.

Giuseppe Conte ha compreso in fretta di essere stato nominato capo di un movimento che in realtà è una maionese impazzita e che quindi coordina se stesso e pochi altri, finendo in un tunnel in cui s’è ritrovato con l’odiato Salvini: complimenti.

Silvio Berlusconi ha fatto il Silvioberlusconi anche stavolta, ha cercato e trovato i riflettori sapendo di dovere lasciare un palcoscenico che non gli appartiene più, insomma ha bluffato facendo perdere tempo e orizzonti anche ai suoi.

Giorgia Meloni ha almeno dato prova di coerenza e mostrato la compattezza delle sue truppe: sino alle Politiche farà una volta di più il grillo parlante e a breve termine bisognerà capire quale sedia sceglierà al tavolo delle Regionali, con il patto con Nello Musumeci che già prima di essere formalmente sottoscritto va verificato sul campo.

Enrico Letta ha agito sempre di rimessa, in fondo gli è andata bene, ma soltanto per gli errori altrui: quando dovrà fare lui la partita non potrà puntare sempre sul contropiede e non è detto che sappia cambiare tattica.

Gigioneggia e fors’anche giganteggia - malgrado il 2% che gli si accredita - Matteo Renzi: sette anni fa s’inventò Mattarella, oggi salvatore della Patria, lo scorso anno fece cadere Conte, portando di fatto Draghi a Palazzo Chigi. 

Poi c’è, appunto, Mario Draghi. Nel tritacarne dei colloqui bi-tri-quadrilaterali c’è finito pure lui e da predestinato si ritrova nel meno ambito ruolo di sopportato: ha commissariato il Parlamento e dagli scranni di Montecitorio sono arrivati colpi di coda. Appannato da equilibrismi poco adatti a una figura come la sua (bastino il compromesso al ribasso sull’obbligo vaccinale e la querelle sulla scuola), deve tornare a essere SuperMario per non restare definitivamente impantanato tra leaderini e peones e poter puntare al Colle dopo il bivio del 2023 o quando sarà. 

Intanto l’Italia riparte da Mattarella al Quirinale, dal suo ammonimento al Palazzo che caratterizzerà il discorso di (re)insediamento. Ed è una fortuna, anche per la Sicilia, con un pizzico di banale partigianeria per il suo essere profondamente siciliano. 
 

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