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Editoriali

Se prevale l'interesse di parte

Di Antonello Piraneo

Prima o poi qualcuno ci dovrà chiedere scusa anche per essere costretti a ricorrere a una citazione attribuita financo a Benito Mussolini, pur mutuandola: «Governare gli italiani non è difficile, è inutile», motteggiava il duce per prendere la scorciatoia dell’uomo forte mettendo l’Italia sotto dittatura. Ora si può ben dire: «Governare con questi partiti non è difficile, è inutile». Perché al fondo di altissime questioni ideologiche ed etiche (tipo il terzo mandato per una frangia già grillina, difendere ciò che resta della base vaffanculista di un’altra frangia rimasta pentastellata) c’è una pochezza di spessore, un’assenza di senso di responsabilità che si specchia con una coltre di ipocrisia da far paura. Aggiungete una spruzzata di più o meno pie illusioni di rinsavimento generale, cinismo q.b. e il piatto della crisi sistemica è servito. 
Una pietanza cotta col fuoco lento di una legislatura nata male e che rischia di finire peggio, con maggioranze bislacche e una legge elettorale che garantisce una stabilità: quella del caos.

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Al governo abbiamo visto coalizione variegate al gusto di sovranismi e populismi, pierinismi vari con relativo “stacco della spina”, euroatlantisti a braccetto con euroscettici che accettavano di sedere a Palazzo Chigi, non ai giardinetti, con l’italiano arcieuropeo per avere presieduto la Bce col polso fermo di chi aveva una visione e si era dato una missione: la difesa dell’euro. 

Ci aveva creduto pure Sergio Mattarella, con la sua architettura politico-istituzionale saggia ma alla prova dei fatti fragile di fronte alle sgrammaticature di più segreterie e ai dadaismi (cit.) dei ministri che non votano la fiducia a se stessi: dopo la già laboriosa stagione gialloverde e la successiva posticcia fase giallorossa, il Quirinale aveva pensato di aver trovato in Draghi il jolly per concludere la legislatura senza scossoni e magari portando a casa qualche riforma, magari pure quella elettorale, in nome dell’unità nazionale dettata dall’emergenza prima pandemica e poi bellica. 

Macché: a un certo punto si strappa, ci si ridesta ritrovandosi tra il diavolo e l’acquasanta, riemergono le contraddizioni sopite, affiorano improbabili slanci leaderistici e comunque “a orologeria” per evitare l’emorragia di consensi anche interni: accade a Salvini, succede a Conte, davvero i gemelli diversi della politica italiana. 

È l’interesse di parte che prevale su quello generale. Legittimo marcare differenze, portare avanti le proprie idee: è proprio della democrazia e quindi evviva. Ma non lo si faccia a intermittenza, altrimenti si provoca il corto circuito. 
Eccoci, allora, all’ennesimo bivio, il quarto in poco più di quattro anni. Con una variabile in più: Draghi è uomo di Stato ma non è fesso e non si farà logorare per i restanti mesi della legislatura. La sua presidenza ne uscirebbe appannata e la sua immagine di decisionista macchiata. Direbbe di no anche a Mattarella, tradito anch’egli dai fermenti parlamentari.

Probabile finisca con un altro bizantinismo, stavolta tratteggiato da chi è entrato in Parlamento per fare tabula rasa delle pieghe dei regolamenti parlamentari, degli appoggi esterni che sono il paradigma degli intrighi di Palazzo, altro che trattative in diretta streaming. Nel frattempo la Borsa brucia miliardi, l’elettore medio, una volta più disincantato, si chiede già quale gita organizzerà il giorno del voto.
 

E la Sicilia? In attesa sul binario dello sviluppo, teme che il treno del Pnrr passi così velocemente da non fermarsi e sa che anche stavolta sarà oggetto di scambio e non soggetto propulsivo, le eventuali elezioni anticipate come elemento che spariglia di qua e di là, rimescola le carte: meglio un seggio all’Ars o uno scranno a Montecitorio o Palazzo Madama, con annessa immunità, non si sa mai? Come si vede, questioni di altissimo profilo, di profonda etica. 
 

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