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Editoriali

Un'alluvione ogni settimana: ora le risposte

Ci vuole ben altro - fondi ai Comuni, mezzi alla Protezione civile, esenzioni per imprese e famiglie, interventi strutturali - e ci vuole subito

Di Mario Barresi

Eppure i catanesi, nel corso dei secoli, hanno ormai acquisito un darwiniano spirito di adattamento, misto a un sano e consapevole fatalismo, rispetto a ogni volta che scassau ’a muntagna. Martedì, nell’ultima notte magica della Nazionale, l’esplosione della gioia in strada è coincisa con il 44° parossismo dell’Etna dal 16 febbraio scorso. Caroselli, bandiere e cenere fra i capelli: tutto con la nonchalance di chi c’è abituato. Come la bora a Trieste; come l’acqua alta a Venezia; come i bombardamenti a Beirut.
Ed è persino comprensibile che chi non vive all’ombra del Vulcano non comprenda il significato “lunare” di tutto ciò. Svegliarsi con le strade ammantate di nero, di dover ripulire - dalla casalinga al sindaco passando dall’imprenditore: l’incubo è democratico - delle superfici che saranno ricoperte al prossimo sbuffo. Alla modica cifra di 18 euro a tonnellata. Sì, magari quando chiude l’aeroporto il fastidio (voli cancellati et similia) viene condiviso anche dai malcapitati extra-catanesi, che si accorgono quindi . Ma non tanto da capire il senso di questo dramma.
Allora, per capirci e per farlo capire a tutti: l’eruzione dell’Etna non è quella suggestiva cartolina che dura il tempo di un servizio del tg. C’è un’inquadratura nascosta, c’è un dark side, c’è una narrazione da cronaca di provincia. Ed è bene che adesso emergano in tutta la loro drammaticità. I sindaci, annichiliti, minacciano di consegnare le loro fasce, la Regione si sveglia dal torpore e batte cassa a Roma, dove non capiscono nemmeno di cosa si parla, ribattendo con le interpretazioni (più o meno) autentiche di leggi che regolano lo stato d’emergenza una tantum.
Proviamo a spiegarglielo: qui siamo alluvionati senza alluvione quasi ogni giorno, con periodica regolarità. E così - mentre ci si chiede «ma quando finisce?». venerando gli scienziati dell’Ingv come dei semidei vulcanici - il livello di sopportazione e di disperazione è a picchi mai raggiunti negli ultimi decenni. Cosa fare? Se gli strumenti straordinari non sono adattabili a questa fattispecie di emergenza abituale, allora se ne inventino di nuovi. I 5 milioni stanziati dall’Unità di crisi sono una folkoristica elemosina a una zona del Terzo mondo. Ci vuole ben altro - fondi ai Comuni, mezzi alla Protezione civile, esenzioni per imprese e famiglie, interventi strutturali - e ci vuole subito. Senza bisogno, com’è di moda in questi casi, di invocare l’Esercito. Ma i diritti sì. Quelli di un popolo spigoloso come la sciara. Con un magma che ribolle dentro l’anima. Ed esplode, prima o poi.
Twitter: @MarioBarresi
 

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