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Editoriali

Zelensky, la guerra di Putin e il nuovo ordine internazionale

Anche se si dovesse giungere ad un accordo per porre fine alle ostilità, non sarebbe facile rimuovere dalla memoria collettiva le drammatiche immagini dei massacri di donne, di bambini compiuti dai militari russi

Di Salvo Andò

È passato un mese dall’aggressione russa all’Ucraina. Doveva essere una guerra lampo, ma via via è diventata una guerra di posizione, estenuante per gli aggressori. L’esercito russo è stato fermato dalla resistenza eroica opposta dagli ucraini e da tanti cittadini stranieri che hanno chiesto di combattere a fianco di essi.  

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L’accanimento con cui i russi stanno distruggendo le città e infierendo sulla popolazione civile - violando anche luoghi protetti dal diritto umanitario, come ospedali, scuole, rifugi - ha suscitato l’indignazione di tutto il mondo civilizzato, che si sta mobilitando per garantire aiuti umanitari ed accoglienza alle popolazioni in fuga dai luoghi ove la repressione dell’esercito russo è particolarmente violenta. Si è formata una catena della solidarietà transazionale che si va sempre più allungando.

Anche se si dovesse giungere ad un accordo per porre fine alle ostilità, non sarebbe facile rimuovere dalla memoria collettiva le drammatiche immagini dei massacri di donne, di bambini compiuti dai militari russi. 

Putin ha detto finora no a tutte le proposte di tregua venute dalla comunità internazionale, spiegando che solo dopo la resa incondizionata degli ucraini si potrà discutere di un'eventuale cessazione dei bombardamenti. Putin vuole, insomma, lo sterminio della popolazione civile non solo per potersi dichiarare definitivamente vincitore, ma anche per portare a termine l’operazione di pulizia etnica, sin dall’inizio perseguita allo scopo di liberare il territorio da coloro che sinora lo hanno abitato, per poi ripopolarlo, spostando in Ucraina dalla Russia grandi masse di individui di diversa etnia che dovrebbero accettare la formazione di un governo fantoccio espresso dal dittatore russo. 

All’attività di disinformazione svolta dalla gigantesca macchina della propaganda russa, che continua a spiegare che quella Ucraina è una nazionalità inventata, perché si tratta di russi che hanno ripudiato la cultura della patria comune, l’intera comunità ucraina risponde con la difesa ad oltranza dell’indipendenza.  Non ci sono divisioni. Anche la parte russofona si sta battendo per respingere gli aggressori.

In questo senso, è davvero commovente lo sforzo con cui viene difeso il patrimonio artistico del Paese, proteggendo monumenti, mettendo al sicuro le opere d’arte perché non siano distrutte dalle bombe o rubate dagli aggressori. Si tratta di simboli di una convivenza collettiva che testimoniano più  di qualunque affermazione retorica  l'esistenza di una forte identità nazionale.

L’aggressione russa ha rafforzato l’unità politica del paese. Non si può non rimanere emotivamente coinvolti di fronte ai tanti ucraini che da anni ormai vivono all’estero e rientrano in patria per combattere contro l’esercito invasore. 

Questa brutta guerra, che il popolo russo subisce, pare essere sempre più la guerra personale di Putin, che intende passare alla storia ridando alla Federazione russa gli stessi confini dell’impero sovietico, cancellando così l’onta di una guerra fredda perduta. La verità è che il dittatore russo si candida ad essere punto di riferimento di tutti i regimi antidemocratici, decisi a contrastare i valori dell'Occidente, anche attraverso l'uso della forza. 

L'aggressione all'Ucraina, tenuto conto di ciò, può rappresentare un punto di svolta nell'atteggiamento delle democrazie nei confronti delle dittature. L’Occidente pare avere raccolto la sfida di Putin, manifestando una sorprendente unità. 

I governi liberaldemocratici sembrano decisi ad affrontare con la necessaria determinazione il tema di un nuovo ordine internazionale fondato su principi, che nessuno stato può derogare senza incorrere in sanzioni comminate dalla comunità internazionale attraverso le sue organizzazioni più rappresentative. L’alleanza di civiltà di cui parlano in questi giorni i governi occidentali vuole impedire la legittimazione dell’anarchia internazionale.

Ciò significa che i principi che attengono alla legalità internazionale devono essere rispettati da tutti gli Stati, così come si auspicava ai tempi della prima guerra contro l'Iraq, portata avanti da un'aggregazione spontanea di stati che ritenevano possibile un nuovo ordine internazionale. Non si tratta di esportare la democrazia ove non c’è attraverso l'iniziativa unilaterale assunta da una potenza guida, gli Stati Uniti, bensì -in assenza di un ruolo determinante in questo senso svolto dalle Nazioni unite, sempre più profeta disarmato- di evitare clamorose violazioni della legalità internazionale da parte di stati canaglia. 

Nel momento in cui Putin ha chiamato a raccolta il variegato mondo dei regimi dittatoriali per intimidire l'Occidente, la reazione dei governi liberaldemocratici deve essere adeguata alla minaccia.

Nessuno Stato occidentale, di fronte alla guerra di aggressione di Putin, ha manifestato indifferenza, equidistanza.  È confortante constatare che i governi liberaldemocratici sono tutti schierati dalla stessa parte, non limitandosi a predicare la virtù senza essere in grado di cambiare il corso degli eventi.
Stavolta la reazione c’è stata. Non sono emersi interessi nazionali in grado di condizionare le scelte dei governi liberali. All’aggressione si risponde difendendo il Paese aggredito e cercando di fermare il Paese aggressore. 

 

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