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Enna

La seconda vita di Remon, l'ex migrante laureato che porta in scena se stesso

Sbarcato ragazzino nel 2013 a Lampedusa, il giovane egiziano è oggi mediatore culturale. Laureatosi alla Kore di Enna, si presentò a Mattarella. E' il protagonista di "Quel mattino a Lampedusa"

Di Tiziana Tavella

Salvarsi per poi salvare. Raccontarsi per imparare ad ascoltare. Sono queste le “tappe” che hanno trasformato Remon Karam in un “messaggero di umanità” dopo essere sopravvissuto ad una drammatica traversata in mare nel 2013. Remon Karam Mahfouz Wisily Hanin (detto Remon Karam) è nato al Cairo, in Egitto, il 17 giugno del 1999. Appena adolescente, nel 2013, da solo, senza genitori si trova a bordo di un barcone. Dopo 5 giorni sequestrato dagli scafisti e una settimana in mare, tra la vita e la morte, arriva in Sicilia a Portopalo di Capopassero, il 17 luglio, un mese dopo avere compiuto 14 anni. Non aveva altro che una piccola foto di suo fratello, il suo bagaglio era fatto di sogni di realizzare e della speranza di rendere orgogliosi i suoi genitori. Durante i primi due mesi nel centro d’accoglienza, conosce Marilena e Carmelo, che successivamente diventano i suoi genitori affidatari. 

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«Al centro di accoglienza - racconta Remon - ho conosciuto la mia famiglia italiana. Io ero il più piccolo, loro avevano provato ad adottare un bambino italiano, ed invece poi hanno scelto me. Da un bacio della buonanotte siamo passati al condividere la vita». Nel 2016 racconta la sua storia nel libro “Il mare nasconde le stelle” della giornalista Francesca Barra che lei porta, lo scorso anno, assieme all’attore Claudio Santamaria sul palco del “concertone” del primo maggio. Remon, dopo essersi diplomato ad Augusta, lo scorso anno, il 31 marzo consegue la laurea triennale in lingue e culture moderne all’università “Kore” di Enna dove attualmente è iscritto al secondo anno in lingue per la comunicazione interculturale ed è stato anche lo studente più votato nell’ateneo ed è attualmente rappresentante degli studenti al consiglio dei Garanti. 

 

 

Qui lo scorso 10 dicembre ha raccontato la sua storia ed il suo orgoglio di studente davanti al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e ha espresso il desiderio di avere accanto l’anno successivo Patrick Zaki e mentre emozionantissimo parlava, il suo pensiero arrivava sino in Egitto dalla sua famiglia, a cui voleva soltanto dire: «Mamma, papà, ce l’ho fatta». Alla Kore domani mattina alle 10, nell’auditorium Scelfo, Remon con Vito Fiorino, “pescatore di esseri umani e di stelle” sarà protagonista di “Quel mattino a Lampedusa” con il coordinamento di Alessandro Romano, ricercatore di didattica e pedagogia speciale. Coinvolti nella lettura scenica alcuni studenti dell’ateneo e lo stesso Remon diventerà voce della storia degli altri. 
«Ho conosciuto Vito Fiorino, lo scorso anno durante una presentazione del mio libro a Piazza Armerina. Lui da soccorritore ha salvato 47 migranti a Lampedusa. Con lui credo si possa rappresentare le due facce della stessa medaglia umana. Chi salva e chi viene salvato. L’evento di domani parte dalla mia esperienza a Lampedusa lo scorso 3 ottobre, durante il ricordo del naufragio del 2013, evento accaduto proprio due mesi dopo il mio sbarco in Italia. Raccontare la mia storia in quel luogo, con davanti ai miei occhi un cimitero sommerso eppure vivente, è stato emotivamente diverso. Chi mi ascoltava sapeva per sua esperienza diretta cosa c’era dietro ogni mia parola.

 

 

Per questo ho pensato di dare continuità a quel momento, ed ho chiesto al presidente dell’Università Kore di Enna, Cataldo Salerno di porter raccontare agli studenti la storia di Vito Fiorino e come sempre ho trovato la piena disponibilità». In “Quel mattino a Lampedusa” si racconta in prima persona il dramma dello sbarco, facendo nome e cognome dei naufraghi. «Ero inizialmente un po’ restio a leggere in pubblico, ma Vito mi ha fatto capire quanto sia importante che io migrante legga e dia la mia voce alla storia di un altro migrante». Remon sino allo scorso luglio ha lavorato come mediatore presso il centro d’accoglienza “Arcobaleno” ad Augusta e adesso ha presentato domanda per l’iscrizione all’albo dei mediatori della Regione per lavorare nei tribunali. «Ho conosciuto anche qui quella parte della medaglia che serve per essere completo. Il salvarsi che diventa salvare gli altri. Io ho già vissuto la loro storia. Accoglierli, vivere con loro, significa affrontare un flashback continuo, riconoscere nelle loro vite, le emozioni che sono state mie, i bisogni immediati e dare subito loro un telefono per chiamare a casa e sentire le loro famiglie per dire che sono vivi». Per Remon  «comunicare ci fa entrare nell’altro. Conoscere la cultura degli altri è un dono prezioso. Per questo ascoltare, condividere crea la vera crescita». Se per Remon che ha pronti sogni importanti da realizzare - «diventare ambasciatore o europarlamentare, per portare ovunque il mio messaggio di umanità» - l’Europa è il luogo dell’incontro naturale tra culture. «Bisogna saper pensare anche oltre, ad un mondo dove si è cittadini di ogni luogo, dove nessuno scelga per gli altri dove può andare e dove non può». 

E di quel mondo tutto da vivere e scoprire Remon conosce già il volto troppe volte ed in troppi modi ostile tra venti di nazionalismo, regole che rischiano di bloccarne le aspirazioni di crescita, ed un ritorno a casa che può trasformarsi in una condanna a morte: «Non saprei come spiegare questi sentimenti di odio verso il prossimo, chi conosce poco di cuore e troppo di tasca resterà sempre accecato da questo aspetto. La mia strada la continuo a percorrere, in ogni caso. Tante persone hanno bisogno della mia voce, perché trasforma le loro grida in un racconto continuo che so porterà bene a chi resta in mezzo al mare rischiando di morire o a chi si trova ad essere sfruttato dal caporalato».

Tra i sogni che vorrebbe realizzare c’è quello di un Erasmus, ma non può perché le regole impongono che non possa restare all’estero per oltre 90 giorni e per la cittadinanza italiana manca ancora un anno. Cittadinanza che potrebbe fargli “da riparo” tornando in Egitto per riabbracciare la sua famiglia. «Sono tornato da loro l’ultima volta 3 anni fa. Ma farlo ancora è un forte rischio data la mia attività in Italia a sostegno dei diritti umani». 

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