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25 giugno 2026 - Aggiornato alle 19:06
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Le dee dell'aria: la scultura che colora l'invisibile

Dal 8 al 29 luglio 2026, a Palazzo Cefalà a Palermo, le sculture monumentali di Gabriella Furno trasformano corpo, colore e memoria in un archivio sensibile che ritrova le geografie del sacro e denuncia la crisi del Mediterraneo

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Le dee dell'aria: la scultura che colora l'invisibile

Dall’8 al 29 luglio 2026, gli storici spazi di Palazzo Cefalà a Palermo ospiteranno la mostra personale Le Dee dell'Aria. Colorare l'invisibile della scultrice italo-francese Gabriella Furno, a cura di Sergio Poggianella.

L'esposizione, promossa dalla Fondazione Sergio Poggianella con il sostegno dell'Assessorato alla Cultura della Città di Palermo, indaga le latenze ancestrali dell'essere umano, ponendo la scultura come atto di resistenza fisica e spirituale nella contemporaneità.

L'inaugurazione si terrà mercoledì 8 luglio alle ore 18:00, arricchita da una speciale performance dal vivo alle ore 19:00.

Nata a Parigi nel 1986 e con radici che guardano al Maghreb, Gabriella Furno porta nella sua arte un vissuto segnato dall'esilio e dal nomadismo culturale.

Le sue opere – le monumentali “dee” Nut, Hope e Pandora – affrontano con urgenza i temi delle migrazioni e della crisi del Mediterraneo. L'arte della Furno restituisce dignità al dramma dei corpi migranti, trasformando la scultura in un "archivio sensibile" di memorie collettive.

Il curatore Sergio Poggianella descrive questo processo come una riconnessione con le "geografie del sacro", dove la scultura ritrova la sua vocazione originaria e rituale.

In un'epoca dominata dalla smaterializzazione digitale e da immagini volatili, la ricerca plastica di Gabriella Furno si impone come un urto materico. Le sue sculture antropomorfe, spesso su scala monumentale (realizzate in resina, alluminio e bronzo), rifiutano l'oggettivazione e il compiacimento visivo. Il corpo femminile nell'opera della Furno diventa una vera e propria "corazza anatomica": un baluardo contro l'oculocentrismo patriarcale e una fortezza capace di elaborare i traumi della storia collettiva.

Il processo creativo dell'artista passa attraverso una vera e propria iniziazione: dal disegno dal vero al modello in creta, che viene poi "sacrificato" (distrutto) per permettere all'opera di rinascere nel metallo o nella resina. Il passaggio finale è affidato al colore, inteso non come decorazione, ma come "terza pelle" viva e vibrante. Ispirandosi alle teorie sinestetiche di Wassily Kandinsky e Aleksandr Skrjabin, la Furno associa colori a suoni e stati d'animo: il rosso come energia vitale, il blu come il mare attraversato, il viola come soglia mistica della trasformazione.

La mostra offre dunque al pubblico non solo un'esposizione di manufatti, ma una vera cosmogonia contemporanea, un invito a lasciarsi attraversare dalle vibrazioni della materia e a riscoprire il legame profondo tra la terra e l'invisibile.