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Catania, l'incanto delle Terme dell'indirizzo illuminate: ma la visita solo un giorno a settimana

Una straordinario caso di efficienza burocratica ha portato a eseguire i lavori in pochi giorni, ma ora c'è il problema della fruizione

CATANIA - Ieri sera all’imbrunire le terme dell’Indirizzo si sono illuminate uscendo finalmente dal cono d’ombra in cui erano relegate da decenni. Da ora in poi sarà così ogni notte, grazie al sistema di illuminazione realizzato con i fondi donati dalla sezione catanese di Italia Nostra e sotto la vigilanza del Polo museale.

Infine, arriva a conclusione una vicenda iniziatasi tre anni fa quando i gestori dell’attiguo ostello, in piazza Currò, illuminarono provocatoriamente le terme. Le luci, abusive, furono spente, ma la direzione archeologica, priva di risorse per intervenire direttamente, cercò di concordare una sponsorizzazione che allora non andò avanti e che si realizza adesso in tempi brevissimi. Acquisita la disponibilità di Italia Nostra, l’archeologo Fabrizio Nicoletti, che ha coordinato tutta l’operazione, ha chiesto la necessaria autorizzazione al dipartimento regionale che, caso unico, l’ha data in 24 ore. Le carte erano pronte e i lavori sono partiti dopo 3 giorni e sono stati completati, inclusa la pulizia del verde esterno, entro i 10 successivi. Le terme s’illumineranno dall’imbrunire all’aurora all’accessibile costo di 1,60 euro al giorno, spesa di cui si farà carico la Regione.

Si pone adesso il problema della fruizione delle terme. E qui le cose si complicano perché i regolamenti della Regione, e la furiosa opposizione dei custodi, impedisce il ricorso a cooperative di giovani, nonostante la grave carenza di personale. Questo vuol dire che, bene che vada e con molti sacrifici, le terme dell’Indirizzo saranno aperte un solo giorno a settimana. Almeno fino a quando le regole resteranno queste. E dire che appena si aprono i cancelli i turisti arrivano in continuazione.
Se la visita è oggi possibile si deve ai lavori predisposti 4 anni fa dall’allora direttrice della sezione archeologica della sovrintendenza Maria Grazia Branciforti che, con i fondi statali del Lotto, fece realizzare una garitta per lo sbigliettamento, dotata di bagni per il personale e per il pubblico, provvide alla sistemazione esterna a verde e alla redazione di un libro di approfondimento scientifico e di una brouchure in 5 lingue (italiano, inglese, francese, tedesco e spagnolo). Materiale pronto da allora, ma mai distribuito a causa di incomprensioni burocratiche seguite alla separazione tra sovrintendenza e Polo museale, oggi superate grazie a Maria Costanza Lentini che assomma in sé i due ruoli di direttrice del Polo e di sovrintendente facente funzione.

Allora, 4 anni fa, non fu possibile aprire al pubblico il monumento proprio perché mancava l’illuminazione. E pensare che il restauro delle Terme dell’Indirizzo, le meglio conservate del mondo romano, era stato effettuato anni primi con i fondi del Por Sicilia 2000-2006. Si tratta di un edificio romano, databile tra il IV e il V secolo d.C., costruito a servizio dell’attiguo porto e per questo, in quanto terme dove si lavavano i portuali, non ricche. L’ingresso principale era dal lato nord dove, subito dopo la soglia, come nelle piscine moderne, c’era una vaschetta per lavarsi i piedi. Seguivano i vari ambienti, tutti perfettamente conservati: uno spogliatoio, il frigidarium, il tepidarium e il calidarium. Non sappiamo se il pavimento fosse in mosaico o in marmo, ma era sospeso su pilastrini di terracotta in modo da creare una camera dove circolava l’aria calda, a varie temperature. La stanza più calda, il calidarium, era ottagonale ed era riscaldata non solo attraverso il pavimento, ma anche grazie alle pareti, a loro volta doppie nella cui intercapedine correvano, verticalmente e affiancati, tubi in piombo rivestiti di terracotta dove passava l’acqua calda. Strutture che si sono conservate. Per mitigare la temperatura di questa “sauna”, a volte troppo calda, c’erano tre vasche: una di acqua tiepida, una di acqua fredda e una di neve. Sul tetto a cupola si aprivano, e sono tuttora visibili, alcuni sfiatatoi. La grande sala ottagonale era in penombra e la luce filtrava attraverso lastre sottili di alabastro che chiudevano le “finestre”. Gli ambienti di servizio erano accessibili dall’esterno: c’era la legnaia e i vari prefurnia: “bocche” dove si accendeva il fuoco sotto caldaie che producevano sia calore, che con grandi ventagli gli schiavi “spingevano” negli ambienti interni, sia acqua calda che passava attraverso le tubature. I meccanismi per il funzionamento sono quasi integri e per questo gli studiosi, nell’Ottocento, venivano qui per cercare di capire il sistema delle terme romane.

Se questo monumento si è conservato così bene si deve ai padri carmelitani il cui convento “abbracciava” questo edificio che veniva utilizzato come cantina. Espropriato dopo l’Unità d’Italia, il convento fu trasformato in scuola, ma la struttura, inadatta allo scopo, fu demolita negli anni Trenta e ricostruita riproducendo l’antica sagoma. Informazioni che i visitatori potranno avere dalle brouchure, oppure utilizzando l’audioguida geolocalizzata del sito IziTravel o il Qr Code indicato sul cartello d’ingresso.

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