la scoperta
Sotto l'asfalto, la Storia: la "più bella città dei mortali" riemerge dai cantieri della rete idrica
Statue medievali e necropoli greche ritrovate durante i lavori : la mappa di un tesoro dimenticato
Quando sarà finita (si spera) restituirà agli agrigentini il diritto all’acqua corrente, dopo decenni di promesse mancate. Per il momento, però, i lavori di rifacimento della rete idrica si stanno trasformando, involontariamente, in una delle più rilevanti operazioni di archeologia preventiva degli ultimi anni, offrendo uno squarcio inedito sulla storia millenaria della città.
Tutto, va chiarito, senza bloccare il proseguimento degli interventi ma garantendo comunque al contempo la piena tutela del patrimonio archeologico e monumentale che, man mano, sta affiorando sotto uno strato di cemento e asfalto. Questo grazie alla presenza, sui luoghi del cantiere, di una squadra di archeologi sotto la direzione della Soprintendenza ai Beni culturali di Agrigento, che in conformità con le normative vigenti, documentano, accertano, proteggono.
Quel che emerge è che sotto i piedi dei cittadini sono presenti beni che sono stati o semplicemente ignorati o scempiati per consentire la costruzione della città. Palazzi, strade, reti per sottoservizi sono stati poggiati nei decenni scorsi sopra a tombe e costruzioni antiche senza alcun rispetto della storia e del valore archeologico degli stessi.
Non può che tornare alla mente quanto disse la commissione Martuscelli, istituita dopo la frana del 1966, che raccontò al Paese la crescita fuori da ogni regola della città. «Gli uomini, in Agrigento, hanno errato, fortemente e pervicacemente, sotto il profilo della condotta amministrativa e delle prestazioni tecniche». Amen.
Se guardiamo al quadro fin qui emerso dalle attività di scavo, possiamo tracciare una “mappa” di quanto sta emergendo casualmente mentre si prosegue a rinnovare la rete idrica. L'area di via Pietro Nenni, un tempo nota come via Porta di Mare, ha restituito dati di eccezionale valore per la ricostruzione della fase medievale. Fin dalle prime operazioni, sono stati intercettati spessi strati di "butto" legati ad attività produttive, probabilmente fornaci per la ceramica, come suggerito dagli abbondanti livelli di bruciato e dai numerosi scarti di lavorazione rinvenuti. In questi depositi, databili tra l’XI e il XIII secolo d.C., è stata recuperata anche una statuetta in terracotta che raffigura un santo o un monaco.
La continuità d'uso dell'area è testimoniata dal taglio di questi livelli antichi per la messa in opera di condotti idraulici successivi: uno monumentale in blocchi di calcarenite foderato di malta e altri due più recenti realizzati con i tipici "catusi" in terracotta.
Sempre in via Nenni, sono stati portati in luce tre archi in muratura e mattoni, non ancora completamente in luce, che hanno attirato l’attenzione di molti, anche se sulla vicenda sono state raccontate molte inesattezze.
È stato individuato un muro orientato Est-Ovest che si conserva per una lunghezza superiore ai 20 metri, associato ad altri muri ortogonali, un pozzo e due canali in blocchi di tufo e tegole per il drenaggio delle acque. Le strutture potrebbero far parte del Convento dell'Annunziata (o del Carmine) di cui non si conosce con precisione la data di fondazione. Le fonti dicono che nel 1310 la famiglia Chiaramonte finanziò lavori relativi di costruzione e che nel 1616 fu demolito e ricostruito. Il convento fu poi abbandonato nel 1863. Tra la fine degli anni '20 e gli inizi degli anni '30 del Novecento, la chiesa e il convento furono distrutti e al loro posto venne edificato il Palazzo dei Mutilati.
La notevole portata della scoperta pone il quesito sulla modalità di conservazione e musealizzazione di questa struttura. Quella che si aprirà è chiaramente una nuova partita, tutta “politica” che presupponga la volontà degli enti preposti di ampliare le attività di scavo e poi magari rendere fruibile quanto rinvenuto per salvarlo dall’oblio.
Continuando il nostro viaggio tra quanto fin qui emerso, il settore meridionale della città ha confermato la sua vocazione artigianale: in via Dante e via Acrone sono stati documentati depositi omogenei di terreno scuro carichi di scarti produttivi e calce, databili tra l'XI e il XVII secolo. Questi indicano una frequentazione intensiva legata alla produzione di ceramiche e mattoni, probabilmente connessa alla fornace già nota sotto la ferrovia. In via Acrone, lo scavo ha rivelato una stratigrafia estesa per circa 30 metri e una condotta in calcarenite coperta da lastre orizzontali, orientata nord-est/sud-ovest, contenente frammenti ceramici di epoca moderna.
Le indagini hanno toccato anche il cuore dell'Akragas greca e la gestione delle risorse idriche. In via Fratelli Cairoli, a soli 40 cm dal piano stradale, è stata scoperta una cavità sotterranea a sezione rettangolare scavata direttamente nel banco roccioso che raccoglie ancora oggi un flusso d'acqua continuo e si ricollega ai sistemi idraulici già individuati nelle parallele via Pisacane e via Fratelli Bandiera. Anche in via Crispi, nei pressi dell'hotel Colleverde, è emersa una canaletta in arenaria, ricollegabile all’abitato arcaico ed ellenistico della zona della caserma Anghelone. In piazzetta Pitagora, invece, è venuta alla luce una grande struttura di cui non è chiara la finalità costruita con muri in tecnica "opus africanum", modalità edilizia di origine fenicio-punica utilizzata fino al periodo ellenistico.
Infine, sul fronte delle necropoli, gli scavi hanno aggiunto nuovi tasselli alla conoscenza dei riti funebri del V secolo avanti Cristo. In via Venezia e via Bologna sono state rinvenute tombe a cassa monumentali scavate nella roccia. Nonostante i gravi danni causati dai sottoservizi del secolo scorso, alcune conservano ancora tracce di intonaco parietale decorato con motivi a meandri. Questi ritrovamenti si collegano alla vasta necropolis Pezzino, che originariamente si estendeva fino a via Dante. Analoghe sepolture, seppur fortemente danneggiate, sono state documentate in via Firenze e via Manzoni, quest'ultima con tracce di intonaco su quasi tutte le superfici interne.
Resti, dimenticati e dissacrati, della “Più bella città dei mortali”.