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Il gigante della fotografia nell'era dei cellulari

Si apre a Catania la mostra dedicata a Frank Hovart: «Quanto mi piace la luce di Catania»

«Sono contento di conoscere un po’ meglio Catania, c’ero venuto tantissimi anni fa. Mi è piaciuto l’urbanismo, non ci sono case alte, tutto è armonico».

Frank Hovart è un signore di 90 anni che gira il mondo con il bastone e la macchina fotografica in mano. Settant’anni di carriera alle spalle, considerato di uno dei più grandi fotografi viventi, accompagnato dalla figlia Fiammetta, ha ricevuto a Catania il premio “Mediterraneum” per la fotografia d’autore.

Oggi che tutti fotografano compulsivamente con un telefonino, come si fa a “far vedere” le foto alle persone?

«È proprio questo il problema, la fotografia è diventata talmente facile... Della tecnologia è quasi inutile parlarne e ci sono tante di quelle fotografie che, in realtà, non interessano più tanto. Chiunque ha l’impressione di aver già visto tutto, la mia difficoltà di fotografo - e non solo la mia - è che quelli che guardano le foto abbiano voglia di farlo. Se io arrivo in un gruppo qualsiasi di persone dicendo che voglio mostrare loro delle nuove foto, bisogna proprio che mi vogliano bene per essere interessati a guardarle».

Cosa può attirare oggi l’attenzione?

«Quello che mostriamo ci riguarda sempe, ma dipende da come la cosa è mostrata. La composizione e lo stile fanno la differenza, ma nessuno ci pensa, solo gli specialisti».

Da alcune sue interviste recenti traspare una sorta di “senso di colpa” su alcune foto che nel corso della sua esperienza professionale avrebbe potuto non fare, è una riflessione che per un fotografo arriva sempre ad un certo punto della sua carriera?

«Le foto che ho fatto, le ho fatte soprattutto per me, volevo farle. Quello che posso mettere in discussione è la mia sincerità, cioè se ne valeva la pena».

E vale sempre la pena scattare una fotografia?

«No, oltre a quelle che volevo fare per me, la maggior parte delle foto, le ho scattate perché mi pagavano. In ultima analisi è una forma di prostituzione no? (ride ndr)».

Come nella maggior parte dei lavori…

«Siamo tutti in parte prostituiti…».

Cos’è horvatland?

«È il titolo del mio sito internet, un titolo un po’ kitsch, ma corrisponde ad un certo mondo che è il mio. É un applicazione per iPad che raccoglie più di duemila fotografie fatte nel corso di 65 anni».

La mostra che ha portato a Catania com’è nata?

«Questa mostra io la chiamo “Il Trittico” perché racchiude tre ricerche che ho fatto nello stesso periodo e che mi sembrano interessanti. Si tratta di tre direzioni completamente diverse prese però nell’arco di una decina d’anni, tra i miei 40 e i miei 50 anni. Progetti diversi perfino negli apparecchi che utilizzavo. Per gli alberi, per esempio, avevo con me una valigia di obiettivi, gli alberi non si muovono e dovevo essere io a farlo inquadrandoli da angoli doversi, ho avuto il problema di eliminare dalle foto le persone, i fili elettrici le macchine circostanti, tutte cose che facevano perdere importanza all’albero, quindi mi sono trovato a ritoccarle con photoshop per eliminare questi “intrusi”; il secondo progetto era fotografare delle donne con dei costumi che ricordavano altre epoche, altri personaggi. Avevo deciso di fare delle cose a colori, così abbiamo tinto a mano gli sfondi, un lavoro lunghissimo che, otto anni dopo, sarebbe stato possibile fare molto più semplicemente con photoshop. Quello che ho cercato in queste foto era “un momento di presenza” e bisognava aspettare. Per ognuna di queste foto ci son volute 4/5 ore, un lavoro pesante sia per la modella che per me, facevo ogni volta 8/12 rullini per ricavare, forse, una foto. I “momenti di presenza” che cercavo erano veramente rari. Le foto su New York completano il trittico. Lì, l’idea era scattare istantaneamente quello che vedevo. Ho usato una reflex Nikon con un piccolo teleobiettivo di 90 mm, sempre lo stesso. Vedevo e scattavo. Erano foto che 5 minuti prima, un giorno prima, un mese prima, non c’erano nella mia mente, le “trovavo” senza averle immaginate, un approccio completamente diverso. Penso che in questo senso il trittico sia interessante, non ci sono così tanti fotografi che in uno stesso periodo abbiamo realizzato progetti così diversi».

Lei ha detto che la fotografia è l’arte di non schiacciare un bottone.

«É l’arte di dire “questo no”, l’arte di rinunciare, di riservarsi per un’altra occasione. Se io vedo una cosa, trovo che non sia veramente soddisfacente e scatto comunque la foto, è come se una certa energia si disperdesse. Il fatto di non scattare equivale a preservare quell’energia».

C’è una foto simbolo cui è legato?

«Non so rispondere, è come se mi si chiedesse qual è stata quella volta in cui ho fatto meglio l’amore, risponderei, quella della notte scorsa… (ride ndr).

Quindi la foto migliore l’ha fatta poco prima di questa intervista?

«Non saprei... però ho fatto un po’ di foto al mercato del pesce. Avevo voglia di fare foto in questa città, Catania mi piace moltissimo è un posto che mi tocca».

Secondo lei le foto “esistono già” e al bravo fotografo non resta che tirarle fuori? Un po’ come diceva Michelangelo delle sue sculture imprigionate nel marmo?

«In realtà è una metafora cui penso spesso. Posso essere in una situazione in cui sento che una foto c’è ed è lì, proprio come Michelangelo, è una sensazione che mi corrisponde molto. Altre volte non succede».

Dall’alto dei suoi 70 anni di carriera un consiglio ad un ragazzo che vorrebbe fare questo lavoro?

«Gli direi evita di fare una foto tanto per scattare, falla quando veramente senti che davvero debba essere fatta».

Fotografo, scrittore, tra le sue molteplici attività è vero che produce anche olio?

«Sì, ho la fortuna di avere degli uliveti nel sud della Francia, in Provenza, e son contento quando gli alberi mi danno qualcosa. In realtà che l’olio della mia insalata venga dal mio uliveto o dal negozio non cambia molto…».

Beh una certa soddisfazione ci sarà...

«Ah, quello sì».

Lo sa che qui in Sicilia si producono olii tra i migliori al mondo?

«Non me lo dica, tanto lo so che in Sicilia tutto è più buono, le arance, l’olio, il pane. Qui ci sono i vulcani, c’è la terra, c’è qualcosa».

Twitter: @carmengreco612

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