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Ma che bel castello: i 400 manieri di Sicilia che incantano i turisti

Il presidente dell'Istituto Italiano Castelli, Eugenio Mangano. «Fino a qualche decennio fa non erano ancora considerati monumenti ma manufatti ingombranti»

La Sicilia terra di guerre e di conquiste e quindi anche territorio ricco di castelli e fortezze. Verso la fine del primo millennio, l’espansione dell’Islam costrinse l’impero bizantino ad innalzare mura e fortilizi per arrestare l’avanzata dei musulmani.

A partire dal 1061 invece la Sicilia fu invasa da avventurieri normanni e francesi, seguiti da ondate di italiani che strapparono la nostra isola al mondo islamico e la indirizzarono verso la storia occidentale. La conquista impose il controllo del territorio, ecco perché il patrimonio castellano della Sicilia è vastissimo ed è costituito essenzialmente da un numeroso gruppo di castelli isolati dentro e fuori dai centri urbani (oltre 400 nell’isola) e dal sistema continuo di torri di avvistamento poste lungo il perimetro delle coste.

L’architettura fortificata, oltre che importante pagina per la storia dell’architettura, della tecnica militare, e di quella costruttiva, è anche testimonianza concreta della storia civile della Sicilia. Valorizzare la storia della Sicilia (nelle testimonianze, e quindi anche nel suo patrimonio) significa gettare le basi per una più ampia diffusione della conoscenza e della fruizione. L’Istituto italiano dei Castelli, del quale fa parte la sezione Sicilia, da più di 50 anni si occupa della dell’incremento della conoscenza, della salvaguardia, della valorizzazione delle architetture fortificate disseminate sul territorio.

«Fino a qualche decennio fa - spiega il presidente prof. Eugenio Magnano - gran parte di queste architetture erano neglette perché, a differenza di chiese, palazzi ed altre tipologie architettoniche, non erano considerati “monumenti”, e talvolta solo manufatti ingombranti, anzi testimoni di regimi tirannici spazzati via dalla Rivoluzione francese e poi dal Risorgimento che aveva portato all’unificazione dell’Italia. Basti dire che, poco dopo l’impresa garibaldina, il Castello a Mare di Palermo fu demolito a colpi di piccone e che l’evento fu celebrato con la pubblicazione di resoconti entusiastici accompagnati da stampe che mostravano i demolitori all’opera sui bastioni della fortezza che, al di là di essere stata sede di un carcere per i reati contro l’autorità regia, era stato anche sede di re e viceré. Esso, come molti castelli, era un concentrato di importantissime testimonianze storiche. Del Castello a Mare di Palermo, oggi fagocitato dalle strutture portuali, ci resta solo parte del mastio normanno, l’ingresso di epoca aragonese fiancheggiato da due torri semiottagonali ed i resti di un bastione salvatosi dalla distruzione perché sino a pochi decenni or sono sepolto sotto la spianata del porto. Anche Siracusa (Ortigia), città fortezza dopo l’Unità d’Italia perdette gran parte delle sue possenti opere bastionate e fu persino programmata e appaltata la demolizione di Castel Maniace, non eseguita solo per la coraggiosa opposizione di persone illuminate».

Per quanto apparentemente possenti nelle loro strutture, le opere fortificate sono in realtà fragili perché, venute meno le funzioni militari che le avevano prodotte, non è stato facile trovare per esse una nuova idonea destinazione d’uso che ne impedisse quantomeno la dismissione, l’abbandono e la demolizione.

«In alcuni casi - aggiunge il prof. Magnano - i castelli sono oggi le testimonianze più importanti e rappresentative della memoria e dell’identità storica di alcuni municipi, come accade, solo per citare alcuni casi evidenti come per il Palazzo dei Normanni a Palermo, il Castello Ursino di Catania, il Castello di Lombardia ad Enna, ma anche per il castelli di Caccamo, Paternò, di Acicastello».

Tuttavia, per quanto gran parte dei castelli si trovino allo stato di rudere, essi costituiscono comunque dei “condensa - tori storici”, dei marcatori del paesaggio e dei presidi culturali. «Proprio questo - aggiunge Eugenio Magnano - può essere il ruolo che possono assumere oggi i castelli, ma anche le torri di avvistamento lungo i litorali, quali presidi culturali in un paesaggio che all’interno della Sicilia è desolato e lungo la costa è devastato da bieca speculazione edilizia. Anche se allo stato di rudere, castelli come quello di Delia, di Mazzarino (Garsuliato) o di Pietraperzia, per citarne solo alcuni, in cima ai rilievi che dominano il territorio circostante, possono diventare punti di riferimento in un paesaggio che ha perso la propria identità. Molti di questi castelli possono diventare ad esempio le tappe di tour a cavallo lungo le antiche trazzere lontane dalle automobili. Possono diventare vedette per il controllo del territorio, dei boschi, dei parchi». Dal punto di vista paesaggistico ci sono poi castelli medievali che non hanno meno rilevanza dei Templi di Agrigento o dei teatri di Siracusa o di Taormina, che sono cioè testimoni ed elementi di paesaggio naturale segnato nel Medioevo da interventi dell’uomo.

«I “castra” eretti da Federico II di Svevia, ma anche le fortezze realizzate tra XV e XVIII secolo - spiega il presidente Magnano - sono opere straordinarie dell’ingegno umano, sono opere d’arte che possono stare alla pari con altri generi di opere d’arte, da più tempo ed in maniera più scontata, riconosciute come tali».

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commenti 2
  • Tonyputy

    13 Dicembre 2017 - 11:11

    nella slide 9 quello raffigurato e` il Castello di Castelbuono ... c'e` errore nella didascalia dove c'e` scritto Gagliano castelferrato

    Rispondi

  • Tonyputy

    13 Dicembre 2017 - 11:11

    nel fotogramma 9 e` rappresentato il castello di Castelbuono. Invece la didascalia dice Gagliano Castelferrato!!

    Rispondi

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